settimana 45- il profumo dei mandarini

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Durante i miei viaggi giornalieri, sia di lavoro che di fancazzismo all’ennesima potenza, ogni tanto mi fermo da un verduriere che conosco da anni ma col quale non intrattengo mai lunghi discorsi sui massimi sistemi, d’altronde non mi pare il posto adatto: non vorrai mica che mi fermi a parlare con uno che distingue le zucchine per dimensione, i finocchi per forma e i mandaranci tra quelli pieni di semini e quelli senza? Non mi sembravano, finora, degli elementi degni di un discorso articolato ma qui casca l’asino; neppure io che lo conoscevo bene o così credevo, sarei arrivato a tante elucubrazioni sul profumo dei mandarini.

Però torniamo all’inizio di questa storia: passo alla Litodelta a salutare il mio amico Claudio, un bel personaggio pieno di idee che non sempre condivido ma apprezzo lo stesso per la sagacia che mette nella loro esposizione, e poi riavvio la mia Punto Fiorita (da me e da un altro amico, Luca) e mi avvio per il ritorno a Sover ma mi viene in mente repentina l’idea che siamo senza frutta e, lo sanno anche i sassi, dal Diaolin la frutta non deve mancare mai. Quindi esco dal piazzale antistante la Litodelta e invece di imboccare la superstrada della Valsugana vado dritto dritto verso Castelnuovo, il luogo dove è nato e vive un mio grande amico, Fabrizio, che non mi riconosce più e non si ricorda quasi niente del lavoro che abbiamo fatto insieme a Canazei, negli alberghi della Union Hotels Canazei, ma non importa: io mi ricordo bene di lui e ogni tanto passo a visitarlo, una capatina in un mondo che esiste finché lui esisterà.
Un immagine che mi piace ricordare di Fabrizio è lui con il suo tight da maître d’hotel, sorridente e importante che conosceva a menadito il servizio di sala; un giorno arrivarono due clienti milanesi e lui prospettò loro di mettersi al tavolo d’angolo della sala antica dell’Hotel, posto dal quale si poteva avere sotto controllo la sala stessa. Loro risposero con alterigia e dissero con tono sprezzante: “Le sembriamo persone da angolo?”.
Lui raccontava il suo incontro con i signori O. come un momento poco edificante però il suo sorriso tradiva un non so che di rivalsa sottile. Li ricordo anch’io per avere fatto anche il suo lavoro (maitre) ma questa è un’altra storia.
Però non voglio perdermi in rimembranze ma neppure scordare chi ha fatto un bel po’ di strada insieme a me quindi torniamo al viaggio e, dopo il semaforo che diventa rosso al canto del gallo (e qui abbiamo un pollastro molto canterino), esco a sinistra e mi trovo, sul retro di un autolavaggio (o davanti che dir si voglia), da un verduriere molto fornito. Entro e mi faccio avanti, una bella signora, mamma da poco, mi dice “Tocca a lei?”.
Sinceramente avrei voluto sentire una frase che mi ha riportato Lina Morselli da quel di Trieste: “La riceve?” ma  qui siamo ancora a metà strada con il Veneto e quel bel detto non si usa. Tanto per cambiare discorso per un attimo vorrei far notare che “La riceve?”  viene dal tedesco “Was bekommens Sie?” in una traduzione maccheronica, anzi letterale,  è diventato parte della lingua triestina.

Comincio ad elencare la spesa:

4 kg di uva moscata, mi raccomando che sia dolce
– Sono 4 kg e 200, lascio?
4 cachi maturi
6 banane mature
– non ho banane mature ma sono buone lo stesso
Nono, grazie, le banane non mature le mangerò quando le scimmie cominceranno  mangiarle a loro volta 🙂
2 kg di uva fragola nera
1 cestino di prugne nere
– avrei dei mandaranci molto dolci e profumati
Mmmmmh, non so, ha per caso dei mandarini?
– Quelli con tanti semini dentro che bisogna sputare?
Sì, fino alla prima parte glielo confermo ma sullo sputare io non sono d’accordo. Io li mangio, come gli ossi delle ciliegie e come i semi delle angurie. D’altronde non mangerei angurie se dovessi sputare tutti i semi.
– Ma lo sa che lei è l’unico che conosco che non sputa i semi delle angurie?
Va bene, ma i mandarini li ha o ha solo mandaranci?
– No, ho solo mandaranci ma sono uguali!
Prego? Uguali ai mandarini? Non dica così altrimenti mi pento di essere entrato!
– No, non mi ha capito: uguali di prezzo.
Saranno anche uguali ma lei ha in mente quando, da bambini, arrivava Santa Lucia, col suo asinello e ci portava tanti regalini tra i quali si sentiva intenso il profumo di mandarini? Era un momento magico anche se ho scoperto troppo presto che la Santa era qualcun’altro e poi non è più passata.
– Non ne ho ma mi riprometto di prenderli al più presto.
Si ricordi di assaporarne prima il profumo che sprizza da tutti i pori per invadere la stanza
– Prende altro?
Sì, bieta costa, 2 kg. Al burro è deliziona
Poi una zucca lunga ché una crema al cardamomo, zucca e porro diventa una leccornia da assaporare tiepida
– Sento che se ne intende di cucina
La cucina è il naturale connubio tra la natura e il palato, si tratta di un passaggio necessario, a mio parere, che fa la differenza: se uno dei tre passi (natura, cucina, palato) è sbagliato allora bisogna ripensare la ricetta. Ogni dettaglio rende un semplice ortaggio, tipo la zucca, un capolavoro di profumi. Come i mandarini solo che quelli non serve cuocerli!
– Altro?
Sono ingolosito dai marroni, belli grossi ma temo siano mezzi marci, li ho provati da poco e un sacchetto di caldarroste è finito nel bidone.
– Ma no, li prenda tranquillo!
E se sono mezzi tarlati glieli posso riportare?
No, grazie
, mi faccia il conto, prossima volta passo per i mandarini.
Grazie

Mi prendo la cassetta di cartone dove la fanciulla ha stipato la spesa e pago il salasso con il sangue.
La signora non è d’accordo sul salasso ma, giustamente, me lo fa lo stesso e mi saluta cortesemente.
Riparto con la mia macchina fiorita, alla quale vanno una serie di complimenti da parte del folto pubblico del negozio.

Saluto tutti e me ne vado.

Stavo quasi per finire questo racconto che ho concentrato sulla mia spesa perdendomi, nei meandri degli acquisti, il profumo dei mandarini: quindi devo raccontarvi la finale, anzi l’inizio intermedio del mio amore per i mandarini; non è stato un colpo di fulmine ma un colpo di testa ricevuto da una mini bottiglia di… distillato di mandarini dei fratelli Giovi, di Messina.

Devo anticiparvi un fatto che ha disegnato metà della mia vita: fino al 1995-1996 lavoravo in albergo come barista, cameriere, chef de rang, portiere di notte, Direttore, donna ai piani e stura-cessi di fortuna: l’ultimo dell’anno del 1993 con il tight indosso!
Durante questa vita disordinata e compulsiva, peraltro fantasiosa e bellissima, ho avuto la brillante idea di aprire una Grapperia con circa mille bottiglie di distillati sul banco, che servivano alla mescita al bicchiere. Avevo anche 150 whiskey e whisky ma questo era solo uno sfizio. Ho ricevuto un premio da Destillata in Austria per la dimensione dell’offerta della Grapperia e me lo ha consegnato Odello in persona una sera che lo invitai a tenere una lezione sulle grappa.
Lui era un grande esperto di distillati dell’ANAG (Associazione Nazionale Assaggiatori Grappe).

La Grapperia aveva una caratteristica unica nel suo genere e posso garantire che dal locale non usciva nessuno ubriaco e non a causa del prezzo. Vorrei far notare che la porzione delle grappe era limitata ad 1cl per permettere ai clienti di non uscire ubriachi dal locale e poter fare almeno 4 o 5 assaggi.

Durante l’inverno, il martedì sera, organizzavo una serata ad entrata libera ma solo su prenotazione per presentare uno dei distillatori che facevano parte del mio “banco” delle meraviglie (nome dato da uno dei frequentatori); tra i nomi c’era Antonella Bocchino a parlarci dei distillati di fiori, Jacopo Poli con le sue bottiglie d’autore, Giovanni Poli di Santa Massenza col suo calore trentino, Bonaventura Maschio col distillato d’uva, Bruno Pilzer con la sua val di Cembra e la ricerca dei sapori veri e avanti così e poi, un bel giorno, mi chiama Giovanni: distilleria Giovi di Messina.
Al telefono, niente cellulare ovviamente, mi dice che vorrebbe venire su da me con i suoi prodotti. Io confermo la disponibilità e che si tratta di un evento gratuito però lo avremmo ospitato volentieri.
Lui mi chiede cosa volessi presentare e io dissi: la vostra ditta, unica nel suo genere. Però avrei un desiderio: un distillato che fate solo voi. Lui: Distillato di Moscato? No, io mi aspettavo un distillato di agrumi. Lui è rimasto interdetto e poi ha confessato che ci stavano lavorando. A cosa?
A un distillato di mandarini!
Eureka! Abbiamo il senso!
Perfetto, portalo su che lo assaggiamo!

Passano 4 settimane e Giovanni è al Dolomiti. Viene da me e mi da, sottobanco, una bottiglietta di distillato di mandarino, una bottiglietta da succo di frutta, 20cl, trasparente. No no, non era trasparente, lo era solo il vetro, dentro c’era un liquido con dei riflessi violacei che mi ispirava molto.
Quanti gradi fa?
87°
, non è stata ridotta. Bevila tu con calma perché è ancora in fase di preparazione e non è stata filtrata.

Vi racconto cosa mi ha detto ieri, 20 ottobre, dopo 34 anni, Lorenzo il direttore dell’ufficio vendite UHC:

Diaolo! Sai che mi ricordo di un distillato di mandarini che è stato il liquore che per me è indimenticabile nel gusto e nella sensazione che mi ha lasciato! Il profumo era eccezionale! Di chi era?
Di Giovanni distilleria Giovi di Messina!

Voi direte: ma come si fa a gustare un distillato a pieno grado?
Lo si serve su un cucchiaino, due gocce e il resto lo fa lui, il mandarino.
Le persone che lo hanno assaggiato me lo raccontano anche dopo 30 anni.

Questo è il profumo del mandarino e ringrazio Giovanni della distilleria Giovi del suo eterno regalo.

Diaolin

P.S.: le 25 percone presenti alla serata hanno assaporato due gocce a testa del mandarino di Giovi (indimenticabile)

Musica: Edward Elgar’s -Enigma Variations

settimana 44 – sul Cammino delle terre sospese e sulla felicità

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Non avrei voluto scrivere qui di questo progetto condiviso e condivisibile ma, gioco-forza, ne sono invischiato corpo e sangue, in maniera positiva, e ne voglio parlare a voce limpida, almeno per quello che mi riguarda.
Il progetto di Destinazione Val di Cembra sta giungendo al suo secondo genetliaco e vorrei parlare del mio approccio a questo fantastico pensiero, sboccato in un sentiero tra i paesi della valle che di nome fa:

Cammino delle terre sospese

è un compendio naturale di sensazioni e un riassunto di un territorio bello, aspro e a tratti selvaggio, il tutto concentrato in 92 chilometri di percorso a piedi: su asfalto e su strada sterrata, su sentieri a tratti ripidi e boschi alpini che sfociano attraverso il torrente Avisio in un paesaggio di macchia mediterranea inaspettato a chi non approfondisce lo sguardo dentro una foglia di noce o un ramo di ginestra per finire i un territorio atipico di foggia semi industriale con le sue cave di porfido e chine di scarto. È la bellezza, qui, a farla da padrona: si addentra nei casolari abbandonati deturpandone l’aspetto coi suoi virgulti di edera per impossessarsi nuovamente dei luoghi sottratti alla natura vivace; non mancano i ponti sul rivo, le forre e i vigneti rubati alla ripa da mani nodose che, nel tempo, hanno tracciato i muretti per un migliaio di chilometri, circa, anche se oggi le tracce si vedono solo sotto la neve d’autunno e d’estate, nel momento che potrebbero rinascere, scompaiono tra faggi e abetaie, castagni ed acacie. Resta comunque la poesia di un tracciato che racconta una valle nel suo peregrinare nel tempo lasciando che le impronte dell’uomo non svaniscano subito ma disegnino un formicaio di strade e pertugi che ci parlano di ciò che siamo stati e siamo diventati fornendoci un presente che si esaurisce nell’attimo di un’occhiata fugace. È importante lo sguardo sui dettagli se si vuole riconoscersi in uno qualsiasi dei posti della valle di Cembra: ad esempio i “Òmeni de Segonzan”, la piramidi di terra, che ci raccontano, pur essendo fuori percorso, la storia di una valle scavata dall’erosione di un ghiacciaio e di un torrente impetuoso. Sono degli agglomerati di terra battuta mista a sassi con, al di sopra, un masso enorme che osserva in silenzio la valle. Vi lascio un piccolo spunto dalla mia omonima poesia:

e da lassù tasèndo
i avèrge ‘l òcio, ‘n gió
qoande da le congiàl
vèn för sorisi e amori

e lì, dall’alto, in silenzio
si ridestano e aprono gli occhi
quando tra le bigonce
nascono sorrisi e amori

sono, per me, i guardiani della valle ma, se volete leggerla tutta andate al link “i Òmeni de segonzan”

Proseguendo nella personale visione di questo Cammino vi parlerò di luoghi che dovrete cercare deviando dallo stesso, magari per poco ma ugualmente suggestivi e potenti dal mio punto di vista del messaggio visivo percepito:

Le lóre a i casteléri

le trovate tra Lona e Lases (c’è il segnale), appena fuori dal tragitto del nostro Cammino, si tratta di cavità rocciose con temperature costantemente fredde che si trovano a 2000 metri ed oltre e non a questa quota, pare siano connesse attraverso le fenditure di roccia che affondano le radici cave nel profondo del Lagorai selvaggio e raccontano, attraverso erbe di alta montagna e di stelle alpine, un luogo perennemente ghiacciato e isolato in una piccola cavità che risulta una sorpresa anche per chi le ha  già viste. E aggiungo  le cave di ghiaccio che, allo stesso modo delle “lóre” sembrano dei piccoli fantasmi sul sentiero.
Le “lóre” sono chiamate così in dialetto desumendo il nome da un attrezzo contadino che serviva a travasare le botti: sono delle piccole tinozze con un buco sul fondo, praticamente degli imbuti. In dialetto “el lorèl” è l’imbuto piccolo e “la lóra” è la pévera o imbottavino, nome storico derivante dal latino pletria.

Proseguendo nel tragitto a zig-zag tra i boschi, a pochi passi dal Cammino, si incontra maestosa e quasi arrogante la Cascata del lupo che esce da un anfratto tra le rocce e, se siamo fortunati di arrivarci al levar del sole, solcato da un raggio che sembra tagli la roccia in due per farne scaturire questa sorgete continua e a momenti impetuosa del “rio Regnana” che pare essere uno dei creatori dei Òmeni de Segonzan; si trova infatti sotto lo “scavo” delle piramidi di terra.

Spostando lo sguardo e allungando il passo in direzione Sover ci troviamo avvolti in un bosco tipico del Lagorai con i suoi larici maestosi e i monti che si innalzano un po’ più verso il cielo e ci proiettano verso un altro luogo che si trova fuori dal nostro Cammino ma che ci permette di allungare di un giorno la visita ad una malga della valle situata nel Comune di Sover: Malga Vernera, l’unica malga attiva della valle di Cembra arroccata su un pianoro che fa da promontorio sulla valle in una specie di sguardo che si perde fino al Brenta e, a destra, al ghiacciaio del Similaun e l’Austria. I pascoli arrivano fino a quota 2100 metri s.l.m., nel regno delle aquile che, fortunatamente, popolano con due nidiate tutto il gruppo del Lagorai. Ne fanno le spese alcuni piccoli di capriolo, mufloni (ora scomparsi) e qualche piccolo di cervo, però è questo il senso della loro esistenza; non dobbiamo pensare incautamente che la natura ci abbia regalato gli animali: c’erano prima e ci sopravvivranno. I boschi, sul fondovalle, pieni di castagni col rivo che solca la valle da millenni e racconta col suo gorgoglio il rumore portato dal tempo fino al giorno del passo che lambisce le rive scoscese ed a tratti a strapiombo. Poi le viti e i muretti a parlarci di uomini duri che hanno modellato la valle a pianori come in molte parti del mondo. Forse che le risaie a terrazza di Longsheng, la Spina Dorsale del Drago, in Cina sembrino così diverse dai muretti della valle o dai muri di sostegno di Machu Picchu?

No, noi non siamo gli unici ma siamo, invero, unici!

Noi siamo i figli di un mondo che, paradossalmente, dovrebbe meritarci invece siamo noi che non ci meritiamo questo mondo e le sue bellezze. Non riusciamo a fare altro che appropriarci di quello che pensiamo sia nostro di diritto, invece è nostro perché ce l’hanno prestato i nostri figli e, a loro, lo hanno prestato i loro nipoti. Il Cammino è un piccolo percorso che disegna nelle sue tortuosità: bellezze, pericoli, strapiombi e pianori inerbiti e ci fa comprendere che il mondo è grande e ci può contenere tutti (per ora), ma dobbiamo aiutarlo a essere ciò che desideriamo e ciò che desiderano i nostri figli.

Dobbiamo guardare il mondo con l’occhio di un bambino e fare in modo che lo sguardo non invecchi mai: neppure in val di Cembra.
Restiamo con i piedi per terra, sulla terra che i nostri vecchi hanno regalato ai nostri figli e che noi, nel poco futuro che ci resta e se non lo useremo male, lasceremo ai figli dei nostri figli.
Questo è l’unico modo di lasciare che la nostra vita sia veramente servita a qualcosa, non serve un pugno di terra per coprire una bara ma serve un pugno di terra sul quale far nascere un fiore che diventerà un albero…

Diaolin

Musica: Arvo Paert – Lamentate