Dicono del libro…
Caro Giuliano,
finalmente, passata la buriana delle influenze con conseguenze relative, ho avuto il tempo e lo stato d’animo adatti a leggere il tuo libro che ci hai voluto donare all’incontro natalizio del nostro Cenacolo: veramente un graditissimo regalo!
Lo ho trovato molto originale, sorprendente, graffiante, commovente e incisivo -il termine bello sarebbe troppo generico- solo tu potevi accostare poesia e musica sulla traccia indicata da J.S. Bach. Questo perché tu stesso sei un connubio tra queste due arti meravigliose: basta ascoltarti mentre reciti o suoni.
Io, pur essendo piuttosto ignorante al riguardo, amo molto la musica e, per quanto possa valere il mio giudizio, ti assicuro che sei riuscito con i tuoi testi a seguire tempi, ritmi e atmosfere suggeriti da quelli del grande compositore (Mi sono riascoltata il tutto!). Al riguardo basterebbe anche solo porre attenzione ai titoli molto significativi delle singole liriche, adeguati alla divisione delle stesse nei tre “movimenti”.
Potrei scrivere ancora altre riflessioni che ho fatto leggendo le tue poesie, ma credo sarebbero poca cosa, dopo aver letto le intense prefazioni di Beppe Calliari, Marina Todesco o ciò che tu stesso hai spiegato.
Aggiungo solo il mio grazie sincero per averci regalato questo tuo “Toccata, adagio e fuga…” che terrò come uno dei più preziosi tra tutti i miei libri di Poesia.
Ciao e sempre buona vita tra note e versi!
Luisa Gretter Adamoli
Ciao Giuliano
Toccata, adagio e fuga…
sulle orme di un uomo irrequieto
Giuliano Natali che ama farsi chiamare Diaolin e con questo pseudonimo firma anche le sue preziose e numerose raccolte di poesie, in questo suo ultimo libro, già dalla dedica, denuncia lo spessore del proprio messaggio poetico risultante chiaramente rivolto a un “non luogo”, o meglio a quella interiorità segreta che risulta la sua ricchezza e allo stesso tempo la sua sfida.
Diaolin è un poeta a tutto tondo, dotato di una chiara sensibilità, capace con forza e nobiltà di intenti di trasmettere il proprio sentire in messaggio con valenza universale.
Nei suoi versi dichiara altresì l’intento di andare ben oltre, estendendo la vastità del proprio sentire a un cammino di rinascita per la valle di Cembra e la sua variegata popolazione. Un atto d’amore dunque verso la sua gente, come traspare anche da precedenti raccolte, scritte nella lingua dei padri, in ricerca meticolosa di fermarne i lemmi a volte anche arcaici e comunque disposti in modo da creare una musicalità particolare. Altra caratteristica che può facilitare la lettura è la scelta di non adottare per i testi la traduzione letterale in italiano bensì quella interpretativa che diviene quasi un’altra poesia, necessaria direi, per far capire la propria parlata di Sover derivata dal dialetto in uso ancora da circa la metà dell’ottocento nella città di Trento. Parlata che ora nella città si è modificata risultando nel tempo più comprensibile ai più, perdendo inesorabilmente parecchi vocaboli che l’arricchivano, legati a un mondo contadino e artigiano che non esiste più.
Giuliano è un poeta che respira la poesia in ogni suo fremito, sia esso legato all’umanità in tutte le sue fragilità e cadute, a ogni pazzia che insegna la storia ripetuta in varianti sempre più deliranti in guerre di ragioni e religioni, divise, confini e ambientazioni diversi, finalità comunque di potere e disprezzo assoluto della vita umana, noncuranza verso la ribellione della natura con i suoi segnali chiari di avvertimento e ammonimento.
Ѐ allora che i versi di Diaolin si rincorrono lapidari nell’assunto e allo stesso tempo musicali in quasi singhiozzo di una musica che in questo suo ultimo lavoro s’immerge totalmente nella grandezza e bellezza di J. S. Bach in Toccata, Adagio e Fuga in Do maggiore, capaci di scuotere nel profondo l’animo del lettore, in un’alternanza che ha proprio il fascino delle parole in rincorsa coinvolgente, pregna di significanze, ammonimenti, pause, rallentamenti e rincorse:
Làsseme nar su par la val, solàgn, / ’mprendù de ent a i ’nsògni mèi / senza vardar se i canta o se i scantìna / lassa che vaga, dré a la mè strada, érta…
Questo è l’incipit della poesia dal titolo:Tema, quasi poesia manifesto di un modo di concepire poesia dove si evince l’abilità del poeta nel denudarsi l’anima senza pudore, trasformando le parole in abito scelto con cura, quasi ornamento, svelando ed esternando il proprio dettato poetico al di là di ogni confine.
Nella sua puntuale e splendida prefazione Giuseppe Calliari ha esteso la propria cultura musicale e poetica in una presentazione della poesia del nostro talmente completa da lasciare a chi scrive ben poco da poter dire, se non la propria condivisione d’interpretazione e pensiero.
Toccata, adagio e fuga… ti prende in ogni composizione, ti entusiasma e ti commuove imponendosi con il suo messaggio senza fronzoli inutili, nell’urlo, mi viene da chiamarlo così, quasi di disperazione, nell’impotenza di fronte agli orrori specialmente verso i bambini, quando la guerra che è fatta solo di guerra, dice il poeta, risulta talmente stolta da lasciare il mondo annichilito.
Prepotente il desiderio di citare altri testi, meriterebbero tutti una citazione.
Proseguendo nella lettura poetica legata sapientemente ai movimenti musicali di Bach, si viene proiettati verso la fuga dalla realtà in un pentagramma di parole mai usate a caso o superflue. Concatenata alla denuncia, sbircia qualche speranza, si scopre la bellezza di una valle che in poesia si estende alla visione di un mondo migliore, di un cammino possibile, di un’invenzione di scorciatoie dove si possono ancora udire le grida lamento di una natura costantemente violentata, intrecciate però al miracolo di un’alba, di un tramonto, di un passo possibile per quel viandante poeta, una sosta, un foglio di carta, un pennino capace di graffiare senza strappare la carta, un’acqua che lava le ferite e una canzone da mormorare per accompagnare il passo verso un futuro che ti tocca, ti fa male, ma che, adagio, proprio adagio, impercettibilmente diviene una fuga… verso il sogno non impossibile, sempre in attesa.
Chiudo queste mie riflessioni con il punto di domanda iniziale di una poesia che mi piace molto per la sua essenzialità:
At mai provà / a sghiciàr en formigar / co i pèi o co le man / per sdrelar tute far en zimitèri / de cross e ciàte?
Toccata, adagio e fuga… un libro da meditare, da leggere, da carezzare nel cuore, a mani giunte, come in preghiera, con occhi e cuore bambino.
Lilia Slomp Ferrari
Alba di Capodanno 2026
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