Terlaìna – Ragnatela
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Un’oreficeria a Sover
racconti liberi di un momento sociale in paese
Terlaìna – Ragnatela
Giorno 1, aprile 2023
l’oreficeria
Ogni mattina, ormai da tempo, percorro gli stessi passi per arrivare al negozietto di Sover dove, da alcuni anni, due giovani del posto si sono presi l’onere di mantenere viva l’unica oreficeria del paese. La chiamerò ““l’oreficeria” perché è l’ultimo avamposto a sostenere quel piccolo tesoro che è questo paesino di montagna incastonato nell’ultimo istmo a ovest del Lagorai. Un lavoro che, penso, sia fatto di una dedizione a volte anche eccessiva per una missione che, sinceramente, porta a risultati ben lontani dalle possibilità che ci sarebbero trasferendosi in altri luoghi: tipo una cittadina come Pergine Valsugana o addirittura la nòssa Trènt. I due ragazzi stanno facendo tutti gli sforzi possibili per evitare la morte prematura della nostra piccola comunità. Non serve poi molto a chi vive in questo piccolo borgo ma deve necessariamente essere qualcosa che sia più del niente assoluto. Ci sono le auto, è vero, e pure Amazon ma non è un mezzo per tutti. Forse uno di questi giorni affronterò la questione in maniera più dettagliata.
Nel mio breve tragitto passo pedissequamente per lo stesso portico antico, el Pòrtech de ‘l Piti, che sostiene, immutabile, una delle vecchissime e antiche case del paese. Un’arcata di sassi squadrati da mani sapienti, appoggiato a una parete un dipinto consunto, sostiene una piccola casa che copre il passaggio, tra i viottoli in ciottoli a tratti coperti, purtroppo, di asfalto, ci porta alla chiesa tra i profumi degli avvolti riempiti del tempo che allenta le maglie del vivere in intensi ricordi di canti e vociare di gente impegnata nel gioco delle bocce d’estate e di bevute in compagnia vicino al focolare dell’osteria.
Si mischiano ricordi e presente nei miei pensieri, sono fatti di piccoli gesti, ripetuti inconsciamente, nel viaggio di rinascita quotidiana che porta a un caffè e, molte volte, ad un tenue sorriso. Tra un dolce all’uvetta e tre pezzi di pane, a officiare una religiosa e personale messa laica salutata da un buongiorno giocato sulle labbra inumidite dal gusto di un risveglio, si alza un giorno non sempre bagnato da un raggio di sole ma nuovo e cercato come fosse l’ultimo.
Attorno c’è un mondo di gente che non esiste che per chi se ne accorge davvero. Ragazzini alla fermata dell’autobus, con la mascherina in mano, attendono stanchi. È un breve viaggio in direzione “futuro”, la maschera sul viso, “Hijab de noantri”. Ma per proteggere chi e da chi?
Proseguono indifferenti le automobili sulla stradone, verso
“Tutte le direzioni”
come sostengono i vaghi cartelli messi accanto alla carreggiate per indicare la via da seguire per giungere alla propria ineluttabile destinazione. Ci ho pensato molte volte e ho sempre considerato quei cartelli troppo generici ma, ultimamente, mi rendo conto che danno la possibilità di avere un’altra via d’uscita.
O, perlomeno, una via alternativa per fuggire verso lo stesso fato. Magari mi sbaglio ma credo che l’ottimismo sia una delle strade più comode per andare avanti sereni quindi tengo per buono il cartello vituperato ed odiato.
Tutte le direzioni!
Giorno 2, inverno 1977
l’anima
Oggi minaccia pioggia, il portico è grigio e un gatto, anzi una gatta, accovacciata sul finestrone che dà su quella che era la piazza delle bocce, mi guarda annoiata e fa le fusa girandosi sul dorso. Appena provo ad avvicinarmi lei si scosta con fare regale, come sovviene ai gatti, e rovista con le unghie affilate tra i trucioli di un tronco abbandonati accanto a un ciocco che serviva sicuramente a spaccare la legna. Poi cambia idea e scappa furtiva nel viottolo verso la casa del Bastiani.
Una folata di vento mi riporta alla mia passeg-giata mattutina e sbuco con calma di fronte alla Chiesa, sul granàr, come lo chiamano qui a Sover: una scalinata di salesà dove risuonano da centinaia di anni le chiacchiere del paese ed i passi delle persone e, talvolta, le campane.
Due epigrafi, appese su una specie di bacheca comunale, raccontano di storie interrotte in due paesi vicini e di vite che proseguono sulle locandine di commedie in dialetto a teatro, chiude il tutto un avviso di chiusura dell’acqua ormai consunto dal tempo ma dolorosamente attuale viste le condizioni del nostro acquedotto. Ma tant’è, pare che l’amministrazione voglia mettercela tutta ed intervenire per rivedere il tutto. Il mondo appare normale superata l’uscita della pinacoteca del paese, el pòrtech, con le sue porte dei vòlti chiuse che nascondono favole di odori stantii, (odor de gnào) luoghi di gioco per pochi topi, spariti anche quelli, che corrono rapidi sulle travi corrose dal tarlo, cantore di notti nel buio di una luna lasciata all’addiaccio al di fuori dell’androne.
Riaffiora un ricordo importante, lo posso chiamare poesia anche se non l’avevo percepita tale nell’attimo in cui è accaduta.
Era, credo, il 1977 ed ero nel bar dei miei, stavo suonando con la mia zibòga. A un certo punto, verso le due del pomeriggio, entra un signore, el Paolo de la luce di Brusago, si siede e ordina una spuma. Una spuma al cedro. È una gran brava persona, molto affabile e credo abbia un debole per Sover, viene spesso qui. Gira per le case per raccogliere le letture dei contatori della corrente elettrica, allora erano manuali (per questo è il nomignolo de la luce). Seduto al tavolo si sofferma su un articolo di giornale e borbotta tra sé e sé qualcosa, mi guarda pensieroso e mi dice: Às legiù tòi, sul fòli, la notizia che el Barnard el gà cambià el còr a uno con qoél de ‘n putèl che ‘l gà fat en incidente? – Ma zèrto, e me è parèst na gran bela roba – aggiungo io e lui continua: Ma qoel òm che à ciapà el còr de qoél altro gaveràl ciapà anca tut el sentiment che gaveva el putèl? Parché, me capises bèn, fin che i te cambia en rene l’è en cònt ma el còr el gà ent tute le tò sensazion. Tut el sentiment! Me capises?
Sinceramente ero basito e non ho percepito subito la drammaticità di quel dire, ero troppo giovane per fare mia quella sensazione e credo di averla ridiscussa parlando del fatto che il sentimento è insito nel cervello e non proprio del cuore adducendo un sostegno scientifico al mio dire ma Paolo non mi pareva assolutamente concorde.
Continuava a dirmi che quando hai un dispiacere ti fa male al cuore e quindi i sentimenti non possono che essere conservati lì.
Nel cuore.
Resta indubbio che il fatto mi abbia colpito molto visto che sono qui a raccontarvelo e credo che Paolo abbia messo onestamente in dubbio la liceità del trapianto perlomeno da un punto di vista etico.
Non era forse vero che se il cuore conteneva i sentimenti del donatore quelli del ricevente sarebbero rimasti in quello espiantato perché malato?
Quindi tutto l’amore per chi si conosceva prima e la vicinanza con i familiari veniva meno d’un sol tratto quasi colpita da un soffio di vento su un fiore maturo di tarassaco. Un soffio e scompare nel vento. Devo ammettere che, ripensando a quella scena e a quel momento, mi batte forte il cuore come un controcanto.
Era forse troppo per lui? O i trapianti erano rivoluzioni mal percepite dall’uomo comune che, a quel tempo, vedeva nell’età dei sessant’anni un traguardo già buono?
Non lo so, vado a fare la spesa. Stamattina i bèchi da l’ùa sono finiti e mi accontento del pane bianco e di un krapfen alla marmellata.
Mi ricordo i krapfen del Gian Pistor con la marmellata di ciliegie, una delizia.
Naturalmente un caffè all’oreficeria non lo si nega a nessuno.
Andiamo avanti, sempre sulla stessa strada.
Giorno 3, febbraio 2022
la non-pace
Oggi il gatto non c’è, tutto tace e la notte fatica a cedere il posto a un’aurora indecisa che erompe da un una sfesa nel muro incrostato. L’aria è sottile, c’è profumo di resina bruciata nel portico; resta, impavido, appeso a due cardini arrugginiti, un cancello di legno a guardia del niente. C’era qualche pezzo di legna accatastata un tempo lontano, magari rimasto persistente solo nei miei ricordi, ora ci si scalda bruciando il gas.
Passo in silenzio come quasi sempre.
Confesso che a volte fischietto come da ragazzino o canto come un pazzo: a squarciagola. Oggi no, non è tempo di echi e rimembranze che risuonano tra i vicoli del paese, per me. Un sentore amaro corrode gli occhi. E mi attardo a pensare. Il campanile non ha ancora suonato l’inizio del rito mattutino: si aprono le danze alle 7:30 precise, al secondo rintocco. La granda!
C’è qualcosa che non mi torna nelle chiacchiere degli ultimi giorni o, potrei dire, nelle chiacchiere di sempre: siamo in guerra? O è solo un’apparenza?
La non-pace è deflagrata potente nelle teste dei superstiti dell’ultimo conflitto che, per evitare di incorrere negli stessi percorsi a ritroso nel tempo, hanno tolto il non ed è rimasta la parola chiave, quella che salva ogni pensiero ogni anima pura, quella che uccide in silenzio: pace, questa grande fandonia per convincerci di essere migliori di allora. Probabilmente l’auto-suggestione non sta funzionando e qualsiasi cosa ci spinge, e noi glielo permettiamo, a cercare un motivo, un buon motivo, ovviamente. C’è sempre una buona scusa per fare una cosa come c’è sempre una buona scusa per non farla e questo lo sappiamo bene. Stavolta, finalmente, ci siamo riusciti, abbiamo trovato una buona scusa per non fare… la pace.
E io mi chiedo: che senso ha fare la pace se non si è in guerra? Non ha senso di per sé ma se affondiamo le mani nel brodo primordiale del nostro vivere ci accorgiamo subito che l’unico modo per fare pace è “essere in pace“. Prima di tutto con noi stessi. Da qui nasce tutto. La visione del IO come un bene comune che, se ignorato, disegna il peggio di se stesso. Lo so bene che si tratta di una pratica semplicemente retorica che sposta il punto focale delle motivazioni che hanno spinto alla guerra su quello che, diversamente, avrebbe potuto farci giocare le pedine in modo diverso.
Non so se chi legge abbia presente il gioco degli scacchi: si gioca fino a dare scacco matto e il RE, comunque si muova o resti fermo sarà mangiato. Bello, vero? In realtà non si gioca a scacchi con le persone ma a dama: le pedine sono tutte uguali, si spostano nella stessa direzione, mangiano di traverso (per farsi venire l’ulcera direbbe un gastroenterologo) e qualcuna ogni tanto diventa più forte, raddoppia, diventa una dama e gira impazzita per la scacchiera.
Peccato che se negli scacchi riesci a mangiare il RE e finisce la battaglia, a dama sacrificherai tutte le pedine o quasi, sia da un lato che dall’altro. E quindi chi vince?
Vince chi gioca.
Da entrambi i lati, le pedine perdono sempre. i giocatori, quelli veri, rimangono seduti comodamente al bordo del tavolo. Uno di fronte all’altro e a fine partita cosa succede? Come si conviene tra persone per bene ci si stringe la mano e un appuntamento per il prossimo torneo è d’obbligo.
Cambieranno le pedine e ne siamo certi, cambierà anche la scacchiera, ma non i due giocatori. È un gioco tremendo ma non riusciamo a farne a meno. Perde chi non gioca: le pedine.
Quattro più otto rintocchi, il tempo è inesorabile. Sono le 8:00. Non si dà tregua al tempo che scorre impetuoso.
Ritorno con il sapore di un caffè trangugiato di corsa all’oreficeria del paese. Il portico è sempre lì che mi aspetta, Forse no, forse non aspetta niente, nessuno: vive di vita propria, indifferente. Credo abbia sentito a sufficienza, in vari secoli, dei racconti di gente che vive e che muore e che percorre sempre la stessa strada, costantemente seguendo lo stesso cartello:
Tutte le direzioni!
Giorno 4, un novembre qualunque
mors tua…
Odor de gnào ‘n tra i vòlti stamatina.
En cagn el sbàia gió par la fràona de la Silvia Marina.
Odore stantio tra gli avvolti del portico, stamane. Abbaia un cane nel viottolo sotto la casa della Silvia Marina, una simpatica e anziana signora che abitava qui a due passi, molto, troppo tempo fa. Sembra piuttosto cupa la giornata e non presagisce schiarite anche se so bene che a Sover non pioverà o, tuttalpiù, pioverà poco. Questo paese situato all’incrocio tra le valli di Fiemme, Cembra e Piné non gode della magnanimità di Giove pluvio ad accarezzarlo durante le arsure tipiche di questi ultimi anni. Se si osserva la nostra piccola fetta di valle ci si accorge che Demetra, dea dell’agricoltura, non si è fermata da queste parti e ha preferito alloggiare in luoghi più ameni. Si sa bene che le divinità amano i posti comodi.
Mentre mi concentro sul colore del cielo e salgo verso l’oreficeria sento un discorso al telefonino che racconta, con vari giri di parole, quanto poco siano preparati i ragazzi delle attuali generazioni.
Si parla di scuola che non prepara al mondo del lavoro, si parla di insegnanti impreparati, si parla di gestione del potere fatta da persone che nulla sanno di quanto decidono, si parla e si blatera e alla fine non si dice nulla anche se le conclusioni spesso portano ad incolpare un dio qualsiasi della nostra incapacità di insegnare qualcosa ai nostri figli. Scuola niente ma tutti sanno, la propensione a dare il proprio parere su qualsiasi argomento dimostra l’erudizione di chi ci ha portato dove ci troviamo. Ma colpa degli insegnanti, colpa delle famiglie, colpa del governo, colpa tua. Sì sì, ho proprio scritto tua, di te che leggi.
Cosa leggi a fare?
Vai a lavorare!
Stiamo creando una società che, a parole dovrebbe farci evolvere verso un futuro migliore ma, visto che servono soldi, sostiene in modo perentorio sia meglio prepararsi alla catena di montaggio che ci aspetta. Tutto questo bellissimo pensiero rivolto anche a chi dirige tutta la baracca, per fare in modo che il tutto si rivolga ad una pseudo industrializzazione che ci faccia arrivare lontano. Lontano da chi? Dobbiamo riprendere in mano la questione e rivedere le priorità, noi non siamo solo tecnica e righe dritte, noi siamo curve e tornanti ma soprattutto siamo politica. La politica quella vera, quella fatta di confronto, quella fatta di cose che non saranno necessariamente cemento armato o armi e neppure allevamenti intensivi. Bisogna ridisegnare il progresso attraverso una visione filosofica legata ad un concetto di spazio-uomo finito e non semplicemente arraffatorio. Non abbiamo un luogo infinito nel quale praticare lo sport di sopraffazione preferito un po’ da tutti. D’altronde la maggior parte degli insegnamenti partono da un incredibile motto che, anche se non pensato direttamente, viene applicato un po’ a tutti gli insegnamenti: “Mors tua vita mea”.
In pratica abbiamo cresciuto una gioventù all’insegna della scalata sociale. Senza remore. Senza distinguo.
Credo, sinceramente, che sarebbe ora di porre un limite alla nostra crescita perché stiamo inseguendo la nostra coda.
Il caffè non è stato un granché stamattina, forse il sapore amaro che mi è rimasto in bocca dopo la visita al portico o forse l’odore che speravo mi liberasse le narici dopo l’uscita dal portico invece è rimasto come un chiodo affondato nelle narici a dare fastidio. Era meglio se ne bevevo un altro. In ogni caso, per chi non avesse letto dall’inizio, mi sono sbagliato: piove e io sono senza ombrello. La mia giacca di lana cotta mi aiuta ad arrivare a casa praticamente asciutto, a parte il cappello che gocciola acqua come ’n starlezàr (una grondaia).
Il cane mi aspetta, sembra quasi io sia stato assente per giorni. Che bello, Trüffel, il mio meraviglioso cagnone, mi salta addosso con quel moto di affetto che, ogni volta, mi riempie il cuore. E si va avanti, sempre per la stessa strada. Per fortuna ogni tanto si cambia e qualche buca sul tragitto mi risveglia dal torpore.
Prossimo giro magari chiedo a Matteo o a Tiziana se c’è una correzione quando trovo che il caffè sia sbagliato come oggi.
Oramai me n’ero accorto troppo tardi per migliorarlo però “la nostra generazione è preparata” ma ve ne ho già parlato in “Handle with care”.
Giorno 5, fine luglio 2015
un addio
Stamattina va così: vicino al portico anzi, intorno al portico, c’è una casa vecchia, no, si dice antica, credo sia una di quelle più antiche qui in paese, si racconta abbia almeno 500 anni ma è un dettaglio ininfluente su questa storia.
Un piccolo poggiolo attorno a un bagno pitturato di bianco a calce viva. Le ringhiere marrone, come una volta spesso si usava e gli scuri, alcuni marrone ed altri verdi e alcuni, in basso, credo rossi, ma potrei sbagliare.
In questa casa abitava un grande amico: el Bepo Cassèla. Lo conoscevo sin dai primi passi (miei), lui frequentava il bar della nonna e era una presenza costante e leggera in questo angolo di paese: i Bròili. Sì, forse nessuno se lo ricorda questo nome antico ma questo è il nome di questa zona del paese che, in origine non era percorsa da nessuna strada, la provinciale SP71 (del repèz come la chiamo io in confidenza [non si è mai lamentata]) è arrivata solo nel 1927 ma prima qui c’erano solo frutteti e orti. Ricordo da bambino le scorpacciate di marasche dagli alberi dell’orologiaio del paese, el Fabi, tanto la colpa dell’assenza di frutti era sempre dei merli che, sanno benissimo tutti, sono golosissimi di ciliegie e di tutta la frutta dolce. Ma torniamo al Bèpo, al tempo della mia infanzia non abitava in quella casa che sovrasta il portico ma in quella subito sotto, separata da una piccola fràona pavimentata con sassi rotondi.
La casa è ancora lì, sopra la mia, fa la guardia al traffico che percorre la valle in “tutte le direzioni“, è piccola e Nane, lo zio del Bèpo l’aveva ristrutturata almeno 40 anni orsono. Due stalle e il piano superiore, ecco, Bèpo credo sia nato lì nel 1958. Ha lavorato molti anni in albergo e ad un certo punto si è dedicato con forza al trasporto su rotaia: lavorava in stazione a Bolzano, non saprei dire quale fosse il suo compito ma lo ha portato avanti per molti anni.
Prendo un caffè e due panini all’uva, aspettate un attimo che devo discutere della questione orsa JJ4 con Matteo, uno dei titolari dell’oreficeria. “Due banane, per cortesia! “No, questo non è successo allora, questo succede nel momento del ricordo mattutino. Superata la soglia della sopportazione (per Matteo) riprendo la strada di casa e proseguo nel pensierino del giorno.
Una domenica pomeriggio o un sabato, esco dalla doccia con l’accappatoio bianco e la testa coperta da un asciugamano chiaro. No, i capelli erano quelli che ho adesso quindi era solo per non prendere un raffreddore. Esco in terrazza e noto che il Bèpo sta fumando la sua solita sigaretta su la “córt da la gràssa” sotto casa sua.
Io non fumo ormai da alcuni anni, i medici continuano a segnalarmi di smetterla col fumo ad ogni radiografia ma la tiritera è diventata ormai consuetudine e li lascio dire. L’amico di sempre si gira di scatto e mi urla, come suo fare: Ès dré che sbianchéges, Diaolo?, e io: Ma no, sto mes gh’è tocà ancöi el dì de la dòcia, Boh, me paréves vestì su col tòni da pitor!.
Lo ritroveranno accasciato vicino alla macchina, subito prima del ponte di MontePeloso, pare sia stato un infarto, era andato a Brusago a prendere le sigarette e al ritorno si era sentito male. Ha fermato la macchina ed è rimasto lì, solo.
L’ho salutato in chiesa, e devo ammettere che la sua assenza si sente profondamente: era una persona sincera e a modo suo delicata.
Riporto qui la poesia che scrissi per l’occasione, si intitola Mormorèl che è un nome inventato che deriva da mormorio, il rumore dell’Avisio vicino al suo maso e da morèl, rosso scuro come il suo vino:
Mormorèl…
la canta na slòica la vècia Lavìs
la smóndola i cròzzi col sò momolàr
la vècia fontana la scolta tasèndo
canzon già sentùde almén par en tòch
se sente na voze via ‘n mèz ai filàri
la ride e la brèghela stòrie ‘ncantade
i érge ‘n te ‘n céver congiàl de qoél négro
pan pian va gio ‘l sol e se ‘mpìza na stéla
l’è qoel tò sorìso a ‘mbombirme la nòt
l’è ‘n baso sui làori ‘l saór de brascà
el lassa ‘n la sera ‘l pensér che ti ès chi
racconta una filastrocca il vecchio Avisio | arrotonda le rocce col suo biascicare | la vecchia fontana ascolta in silenzio | canzoni già udite, almeno un ritornello | si sente una voce in mezzo ai filari | lei ride ed urla forte storie incantate | si svuotano bigonce di nero nella tinozza | piano piano tramonta il sole e si accende una stella | è quel tuo sorriso a impregnare la notte | è un bacio sulle labbra il sapore del mosto | e lascia nella sera il pensiero di te
Ho scritto: “un addio”, in realtà avrei potuto scrivere “un ricordo” ma che ne sa del Bèpo Cassèla chi non lo conosceva?
Forse uno spunto resterà qui tra queste poche righe.
C’è un angolino di cuore dove ci sono tutte le persone che amo e che ho amato, anche lui è in questo non-luogo.
Spero sia grande abbastanza per contenere anche tutti gli altri.
Andiamo avanti, sempre.
In direzione ostinata, perpetua.
Giorno 6, anni ’70
en sonadór
99 scalini, questa è la scala della scuola, tutta colorata ma sempre più lunga. Ogni anno sempre più ripida, l’hanno rifatta un paio di volte ma ripida era e ripida rimane con un certo peggioramento negli anni nel senso della pendenza. Stavolta non ho percorso il portico, chissà perché? Eppure sarebbe stato più comodo ma ogni tanto mi viene la voglia di fare questo percorso alternativo sempre in direzione ostinata verso l’oreficeria, per il solito caffè, anche due, a volte, alla solita ora con i soliti incontri.
Arriva anche il meccanico, un amico, verso le 7:45, fa una battuta, prepara il caffè, macchiato panna. Due chiacchiere e il mondo intorno continua a girare dallo stesso verso, in direzione ostinata. Devo ammettere che pure questa scala è un luogo che nel tempo, nel mio tempo chiaramente, è cambiato ben poco. Forse solo l’imbocco a valle, sullo stradone, la Fersina Avisio ora Stradon di Sover.
Lì c’era il forno del pane, nel laboratorio c’era un uomo che ricordo buono, “el Gian Pistór” e passando si sentiva l’intenso profumo del pane caldo appena uscito dalla bocca di fuoco che funzionava alimentato a segatura. Un grande capannone di legno ne conteneva un mucchio enorme. Io ero un bambino. Ma el Gian Pistór ve lo racconto un altro momento e se mi ricordo vi racconterò pure delle meravigliose trezze a l’òio e le bìne.
Ora però visto che mi è balenato nella testa un ricordo indelebile, uno di quelli che trasformano un luogo in un punto di passaggio incredibilmente presente nelle azioni di tutti i giorni, devo parlarvi di un grande amico: “en sonadór”! El Renzo de la Taliàna, un ciabattino (en caliàr, come si direbbe in questi luoghi) ma soprattutto un suonatore di fisarmonica, en sonadór de zibòga.
Vi chiederete come mai lo chiamavano “de la Taliàna”, vero?
Beh, la sua mamma era nata dalle parti di Belluno e si è trasferita a Sover dopo il matrimonio. No no, vi sbagliate, Trento allora non era Italia ma era Impero Austroungarico o Austria come lo chiama chi non ha capito che sono due cose molto diverse. Quindi, Belluno, era in Italia e la sua mamma era, per tutta “l’intellighenzia” soverina che si occupava di affibbiare nomuncoli e soprannomi: na Taliàna.
Qui, come in altri posti dei dintorni, il soprannome era utilizzato per riconoscere e collocare le persone nel posto giusto evidenziandone l’origine. Pensate che sui masi di Sover, masi alti, erano quasi tutti di cognome Todeschi quindi bisognava per forza definire chiaramente di chi si stava parlando. Mio bisnonno, Domenico Todeschi lo chiamavano el Tisto, Menetisto (misto tra Menech e Tisto) inoltre avevamo el Culón, el Cassèla, el Piti e avanti fino al Diaolin, mio nonno, figlio del Tisto nonché el Treculi, l’Ociàl e i Feràri. Potrei passare la sera a raccontare di soprannomi ma torniamo al nostro sonadór, al Renzo.
Lo conoscevo fin da quando ero bambino. Ci accompagnava con la sua fisarmonica alla festa di Carnevale durante il falò, al “Trato Marzo” una festa antica, nelle prime tre sere di marzo, fatta di accoppiamenti improbabili. Quando c’era da fare festa lui c’era. Era il suonatore delle mascherine. Chi da bambino lo ha conosciuto non può essersene scordato. Una cara persona.
Personalmente ho avuto un rapporto un pochino più intenso degli altri ragazzi, con lui. Avevo cominciato a studiare la fisarmonica da autodidatta aiutato dal maestro di posta (allora si chiamava così) Codeluppi Luigi, bravo suonatore di fisarmonica e pianoforte che abitava a casa mia e, con Renzo, ci incontravamo tutte le domeniche pomeriggio al bar dei miei per fare qualche suonata insieme e cantare assieme ai coristi.
I Meneghèi erano quelli dalla voce più importante, anche el Gian dai cagni (Nemoli) contribuiva con la sua voce a dare una certa aura “locale” alla ghenga.
Renzo era molto appassionato per la sua fisarmonica e aveva delle preferenze circa il repertorio di musica, che allora non riuscivo a comprendere, tipo: la Piemontesina, È ritornata l’estate, Rosamunda e quel valzer che ogni volta che lo suono mi fa venire il magone: Carezze. Lui era un suonatore dallo sguardo triste ma che trovava nel suonare la propria dimensione sociale. Una gran brava persona, un uomo delicato.
Lo rammento spesso nei miei pensieri. E questo intenso ricordo mi ha fatto scrivere anche una canzone che si chiama “Na letra par ti”, una specie di orazione per lui; una serie di considerazioni in musica e poesia che raccontano quello che lui è stato per me.
La canzone finisce con queste parole:
ài de ént quel tò soriso
col martèl a ‘mpiantar bròche
e ‘l tò cör ‘mpizà par tuti
che ‘l me tèn l’anema al calt
Ecco, Renzo era semplicemente questo.
Stavolta ho scritto a sufficienza e già mi lacrima il cuore al pensiero di lui.
Prendo un caffè e scappo. Il meccanico è già andato via.
“Sèmpro prèssa sta gioventù!”
E andiamo avanti; il gatto nel portico non mi guarda neppure, sento Trüffel, il mio cagnone, che sbraita dal piazzale: mi ha sentito e abbaia come un forsennato. Non parlo la lingua dei cani ma lui si fa intendere comunque.
Arrivo e, come sempre, è un abbraccio quasi mancassi da mesi. Essere in compagnia di un cane è semplicemente bellissimo. Una coccola costante, una dedizione infinita! Sempre e comunque.
Decisamente bellissimo.
Giorno 7, agosto 2010
cornamusa da guerra
Sono di fretta, stamattina, piove, e le tre rondini che abitano il portico tentano in tutti i modi di farmi cambiare strada. Ci provano sempre ma oggi con un’insistenza più accentuata, un cinguettio leggero spezza il silenzio costante delle mie scorribande in oreficeria per un caffè, un sorriso e una chiacchierata come piace a me: parlare di cose, discutere di società e del prezzo delle fragole che mi pare aumentato a dismisura. Una specie di convegno lampo sui bisogni del mondo. Caffè… secondo caffè, meccanico che mi chiede di andare con lui a Segonzano e…
D’un tratto mi salta alla memoria una notte alla Malga Vernera col Rosso da Caoriana, un fisarmonicista bravissimo figlio d’arte, con il padre Valentino avevo suonato decine di volte quando ero ancora ragazzino e stironava co la zibòga, col Capéta da Folgaria, gran suonatore di cornamusa, e con l’amore e molti amici. Abbiamo dormito sopra la cucina in un camerone enorme dopo una buonissima cena preparata a regola d’arte dalla signora di Segonzano che allora aveva in gestione, con tutta la famiglia, malga e alpeggio. Dico allora perché si tratta del 2010, praticamente un’esistenza orsona, no, forse non si dice orsona ma ormai è scritto e non voglio lasciare segni di bianchetto sul foglio.
La sera l’abbiamo passata insieme suonando durante la cena in malga e ci siamo acclimatati all’altitudine da vertigine (1700 mt slm) ingurgitando sia solidi che liquidi in modo da permetterci di affrontare un mattino importante: una scalata tra i pascoli insieme a chi vorrà accompagnarci.
Notte.
Silenzio, si immagina solo il tremolio lontano delle stelle. Il tempo ci aiuta e appare, inaspettato, un crivello di luci che pulsano e arrotondano la volta del cielo più nero di sempre. In malga non ci sono luci elettriche e la notte è notte vera. Mi alzo alle 4 e mezza ed esco, eccitato come non mai, per prepararmi all’alba ai Cimati. Non è freddo anzi ma, subito, abbasso gli occhi verso l’infinito: una poesia inenarrabile. Sarei rimasto lì per ore se, all’improvviso, l’arrivo di alcune macchine e dei pompieri non mi avessero ridestato dal sogno ad occhi aperti.
Bene, facciamo colazione e partiamo, dobbiamo salire verso il prato dove faremo lo spettacolo io, Mariano da Ciorlaga, Rosso e Capéta. Il sentiero che sale verso la montagna pare la salita di un bellissimo formicaio dove, per un attimo un centinaio di lucciole ha deciso di illuminare il tragitto. È una sensazione incredibile. I pompieri di Sover, aiutano le persone più anziane a salire per il tratto più complicato. Poi bisogna proseguire a piedi ma solo per poco.
Per un po’ il bosco ci protegge dalle stelle che cadono e solcano il cielo fatto di comete evanescenti per poi schiudersi in una radura a 2000 metri che ci dà la percezione del sentirsi al di sopra del mondo. Incontriamo un gruppetto di capre, sul sentiero, curiose che cercano di comprendere ciò che succederà stanotte.
Passiamo e ci seguono, rapide, mi superano e ad un tratto scompaiono nel fitto del bosco convinte da odori di erba e profumi di fiori più freschi.
Capéta intona la sua cornamusa e si sposta nel boschetto lì accanto, il suono è possente. La gente si siede sul prato bagnato dalla rugiada.
Il cielo si muove tranquillo e il giorno si spinge fin sopra le teste.
Racconto una storia, Roberto ci suona un ricordo del suo Valentino e la cornamusa da guerra danese, così ha affermato Capéta, riecheggia colori a riempire la notte, Mariano racconta di rivoluzioni. Non so se avete idea di come sia il suono di una cornamusa da guerra, forse potete immaginarlo, ma nel silenzio del luogo sembrava un canto dagli inferi a contrastare la notte. E poi, in quel luogo, dove i Galli cedroni eseguono il loro rito di accoppiamento con le danze ed i suoni stranissimi che vocalizzano. Il canto inizia con un ticchettio scoppiettante per finire con lo stridio della ruota del moléta. Chiusura del canto d’amore.
E la femmina che col canto sembra un fagiano si innamora perdutamente… oppure no, chissà?
All’inizio pensavo che la cornamusa fosse fuori luogo mentre alla fine ho compreso che era l’unica parte dello spettacolo che ben si adattava al contesto bucolico.
Anche il sole ha voluto battezzarci con un raggio di sole appoggiato delicatamente sul capo dei presenti proprio alla fine dello spettacolo.
E per chiudere in bellezza sono arrivate le capre di prima assieme al caprone quasi a dire: avete finito? Ora tocca a noi, questo prato è nostro.
Bene, finisco l’ultimo caffè, prendo pane e panini all’uvetta, rientro a casa.
Le rondini si sono calmate, è spuntato il sole, io sono in ritardo ma, fondamentalmente, credo sia il tempo ad essere inesorabile e quindi perché continuare a rincorrerlo?
Andiamo avanti:
TUTTE LE DIREZIONI
è la via e pure la meta.
Giorno 8, 25 aprile
liberi mai
Oggi l’oreficeria è chiusa, è festa, il caffè lo prendo a casa, anzi no, andiamo a prenderlo dall’amica Antonella a Pradel, alla pizzeria 4 Venti.
Eppure, nonostante la festa, anche stamattina sono sceso in strada per compiere lo stesso rito, come tutti i giorni, tutte le settimane, tutto l’anno: un controllo al Pòrtech del Piti, l’incontro col gatto e un caffettino all’oreficeria: roba per fini intenditori. Due rintocchi di campana: sette e trenta.
In ogni caso, aldilà del caffè, oggi suonerò la mia versione di “Bella Ciao” con la fisarmonica. È un canto partigiano purtroppo asceso, nella testa di chi si è sentito sconfitto, al rango di canto di separazione. Personalmente credo che questo momento sia un momento per tutti: un momento di rinascita e di ricordo di ciò che è stato, di ricordo di ciò che siamo stati e ciò che potremmo diventare.
Ci sono discorsi pubblici in ogni dove, la partitica si è appropriata di un qualcosa che di partitico non ha proprio nulla, è un momento sul quale è necessario interrompere i dissidi e ragionare da uomini liberi, Eh già, ora possiamo, ora siamo uomini liberi anche se qualcuno pensa il contrario. Questo purtroppo non ci esime dalla nostra pervicacia nel portare avanti, magari anche con convinzione, una visione bianca o nera della società dove non esiste spazio per le sfumature. Dove le sfumature diventano il segno della contraddizione intrinseca della libertà nel momento in cui le si tratta da nemiche quasi non ci fosse il bisogno di ragionarmenti. Negli ultimi anni, la spinta che ci ha fatto gestire il pianeta con l’ago di una bilancia tenuta in mano non si capisce bene da chi, si è persa la percezione del diverso e la si è associata inopinatamente al nemico.
Vorrei ricordare che il nazismo e il fascismo sono nati su quest’onda basata sull’odio dell’altro perché è parte di un altra squadra. O vogliamo chiamarla razza?
È molto preoccupante la deriva sociale nella quale siamo stati incanalati nostro malgrado: la capacità di spingere il senso verso una meta che non cercava nessuno è stata importante e il risultato è che, bene o male, ci siamo caduti come dei polli. Da cosa lo si comprende? Dal semplice fatto che non si riescono più a distinguere le sfumature della nostra esistenza. Ci siamo immersi in una nebbia persistente ed immobile che ci attanaglia. Non la vediamo, è vero, ma si è intrufolata nei gangli della nostra psiche portandoci a pensare male anche di noi stessi. Dobbiamo riappropriarci del colore del mondo, il pianeta non è in bianco e nero, la politica non può essere bianca o nera, le persone debbono tornare ad essere persone nel vero senso della parola.
Quest’anno festeggio anche per le donne afgane, per i rivoltosi iraniani, per tutti quelli che sentono nel cuore il bisogno di dare un nome alle cose perché non siano le cose ad appropriarsi delle persone.
Sinceramente, come detto alcuni giorni orsono, è tempo di non-pace e lo chiamiamo pace, è tempo di non-guerra e lo chiamiamo pace. Non riusciamo a dare un nome a questo stato di cose e quindi non riusciamo a leggerlo per quello che è esattamente. Serve una coscienza che vada aldilà del mero racconto strappalacrime che ci conduce inesorabilmente a non comprendere che non basta il sacrificio di quelle persone che ci hanno portato ad avere uno Stato “libero” ma serve l’impegno sociale per fare in modo che noi riusciamo a mantenerlo libero. Non dobbiamo permettere che il potere sia un oggetto distante dalla volontà delle persone, dobbiamo agire sul voto, prima del voto.
Libertà è partecipazione diceva Giorgio Gaber e non aveva torto, specialmente oggi.
Bene, il caffè è buono, e il cane di Antonella continua a non arrischiarsi che per un biscottino.
Ha paura. In fondo anche lui non è così libero come vorrebbe con la differenza che lui non può scegliere.
In ogni caso il 25 aprile è stato, e rimarrà il valico attraverso il quale abbiamo dovuto passare per definire cosa sia la LIBERTÀ, e vale anche per chi l’ha combattuta e la combatte tuttora.
Sèmpro avanti e mai zerùch!
Giorno 9, 1° maggio 2023
domani offre la casa
Oggi l’oreficeria è chiusa, giustamente, è domenica e domani è il primo maggio. Sono le 9 e tre quarti, le campane oltre il portico battono tre rintocchi e poi, di gran lena, annunciano la messa domenicale con insolito slancio, probabilmente l’aria carica di pioggia aiuta il suono a diffondersi meglio. Non che la cosa mi turbi ma l’usanza di annunciare questo evento credo serva a chiamare i fedeli in chiesa o, magari mi sbaglio, è un segnale di felicità solo che questa lettura cozza un pochino con il rintocco lugubre e pedante quando succede un evento che riporta alla realtà tutta la comunità che gira attorno al portico!
Incontro don Mario che si affretta verso la chiesa e alcuni frequentatori assidui, cetìni li chiamerebbe la folla ma, qui, di folla non se ne percepisce la presenza quindi il nome atavico ed evocativo non prende piede e rimane sulle labbra dei passanti un “Bòndì” frettoloso, a salutare i fugaci ed ameni incontri. Almeno quello è rimasto. Probabilmente è un corto circuito automatico che nei nostri piccoli paesi è una specie di: “siamo ancora vivi?”.
Il solito gatto deve essersi rintanato in qualche buco vista la temperatura ma tra le sìssole, vedo comparire maestoso un micio che sembra il figlio del mio Edgar che, quando era ancora in forma, aveva cercato di perpetrare la sua stirpe circuendo tutte le ragazze (gatte) del vicinato anche se c’erano altri contendenti molto agguerriti contro i quali ha dovuto combattere. Solo che Edgar era un gatto di undici kg. e combattere con lui penso sia stata un’ardua impresa. Peccato che un “signore” lo abbia arrotato, una mattina di settembre e non abbia neppure cercato di spostarlo a lato strada. È corso via come un pirata, d’altronde nomen omen.
Fine misera ma da gatto libero.
Comunque tutta questa storia di sesso sfrenato mi ha fatto venire in mente del recente delirio sociale che abbiamo dovuto subire e, paradossalmente, generare: Sì o No. Ecco ora l’ho detto: siamo riusciti a dividerci osservando il mondo da due pulpiti che si sono entrambi definiti “la giusta visione”. Perché? Prima perché la scienza ha stabilito che… e poi perché la scienza si è ravveduta da…
Non so se sia capitato anche a voi di andare a letto in un posto che era a colori per poi risvegliarvi nel medesimo luogo trasformatosi in bianco e nero. Quasi un racconto muto con tante legnate e tante risate, ma solo ed esclusivamente per chi guarda attentamente cosa gli succede intorno. Gli altri le danno e le prendono e non dicono nulla, il parlato lo metteranno anni dopo. Ricordate Chaplin col Grande Dittatore, la Corazzata Potemkjn di Eizenstein? Tutto un paradosso che coinvolge un mondo che, oggi, sembra quasi alieno. Io l’ho percepito nella vita di tutti i giorni, tra la gente.
Domani offre la ditta
c’era scritto al baretto dello Zio Remo a Gaggio, piccola frazione di Segonzano, lui lo aveva messo per scherzare con gli amici, che erano molti, ed è rimasto fino al giorno in cui ha chiuso, ma io lo ricordo come un messaggio futuristico: una piccola frase che disegna la politica di oggi. Chiaramente stando ben attenti a non togliere mai il cartello: sia mai che oggi sia il domani di ieri qualora sparisse il messaggio d’intenti.
Cosa c’entra con il Bianco e Nero?
C’entra molto perché è stato dimostrato, negli ultimi tre anni, che intrupparsi in un’idea senza tenere in considerazione la possibilità che ci siano visioni altrettanto sostenibili ci porti a vedere il mondo da un lato solo, quello di chi spera che domani arrivi una birra a gratis.
Mi viene in mente un racconto d’amore di Corrado Zanol, el Iaio da Caoriana, e le campane su en Maganza (Valfloriana) nel quale l’accusato (di innamoramento) dice che bisogna sentire tutte le campane per comprendere bene l’armonia della canzone. Non sempre la verità è quella che si percepisce ma può assumere contorni talmente vaghi da diventare, col tempo e con la pazienza di ascoltare, una delle possibili verità. Lo sappiamo bene che la storia è maestra ma per farci dare indicazioni bisogna conoscerla bene e non tralasciare alcun dettaglio. Anche il più insignificante può essere fondamentale per comprenderne la portata. In ogni caso domani è il primo maggio ma pare venga percepito sempre peggio da una grossa fetta di popolazione.
Ma voi ci pensate ad un primo maggio divisivo? Pronti qua, bello e servito e per il conto passate pure alla cassa del senso. Ci stiamo convogliando su un treno che disprezza il lavoro come fine per migliorare la società e lo spinge ai bordi del ring per farci diventare il pugile in un combattimento per chi vincerà la medaglia di turno.
Siamo diventati, anch’io me ne rendo conto, l’apoteosi dell’essere soli al comando e cerchiamo di convincere chi ci sta intorno che, in fondo in fondo, quella è l’unica via per il successo. Perché non basta vivere bene, ci vuole anche il successo. Cercare di essere un faro a tutti i costi. Ma poi dobbiamo fare in conti con la spesa, con la vita e con il benzinaio sotto casa che deve poter vivere pure lui.
Ma anche no, ma chissenefrega del benzinaio!
Avrei preso volentieri un caffè all’oreficeria, stamattina, ma temo sarebbe stato troppo amaro nonostante lo zucchero.
Buon primo maggio, per tutti e a tutti, anche per il Governo che doveva pur trovare un modo per farci capire che loro sono LORO e noi non siamo un “ca..o”. E questo è un bel modo per convincere la gente che il bianco e il nero sono, in fondo, gli unici colori sui quali ci dobbiamo concentrare. Forse avrei dovuto dire concertare per esprimere meglio i criteri di scelta che siamo avvezzi a operare. Uno spartito con una botta di note stampate sopra, lo passiamo in centrifuga e le note si spostano pur rimanendo quelle di prima. Peccato che, nonostante la somiglianza, ci presentino una melodia stonata ma, come insegna una certa corrente musicale, prima o poi ci abitueremo. In fondo anche Bach ai suoi tempi era un innovatore ma la vera differenza è che era e RIMANE un innovatore. Anche oggi, il tempo in cui pensiamo che il 1300 si chiami Medio Evo senza renderci conto che, per loro, era semplicemente modernità e mai lo avrebbero chiamato così!
Suonano le undici, Grumes ci avvisa che loro hanno fame molto prima, un’ora prima. “Ma se ‘l sa che ai gromaizeri ghe bate el sol su la zùca en ora prima!”
Che tristezzità… non ne verremo fuori mai.
Avanti sempre e mai ze… l’ho già detto!
30 Novembre 2023
L’oreficeria chiude
Tutte le direzioni prende un’altra via ma…
scriverò ancora
Diaolin
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