settimana 32 – salvezza e umanità

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Ci ho pensato a lungo prima di addentrarmi in questo argomento tanto suggestivo quanto doloroso e, paradossalmente, pressante sulle mie corde tese come un filo per stendere i panni sotto il vento dell’Òra del Garda che soffia costante sulla valle soleggiata:
come sarà il pensiero che lascerò al mio piccolo mondo abbandonato alle sue miserie, alle sue necessità, alle sue aspirazioni alle quali non ho potuto o voluto contribuire se non tramite questi scritti che lasciano solamente un pensiero ottuso nel colore delle parole che, temo, siano troppo generiche per essere considerate buone da qualche sporadico lettore.

Ho suonato per cinquant’anni uno strumento, una fisarmonica, ed ora ho cambiato mio malgrado a causa di uno scherzo della natura che mi ha costretto a rigenerarmi e ricominciare daccapo il percorso; non ho dimenticato quello che conoscevo ma non riesco più a farlo con la mia mano destra e sto insegnando alla sinistra ad obbedire al mio cervello. Sembra una cosa facile raccontare quest’impresa ma è tutt’altro che semplice spostare la concentrazione da una mano all’altra e capire che l’altra eseguirà con calma, senza la fretta dei 16 anni che mi permetteva di padroneggiare una bottoniera come un soffio di vento, qualsiasi cosa conoscessi da tempo.

Ecco, questa è la mia salvezza: suonare, magari poco tempo al giorno però esprimermi con un canto sincero dell’anima; la mia umanità è stregata dalla magia di cercare di controllare lo strumento che ora è un’accordina, uno strumento musicale a fiato con ance libere, simile a una clavietta, me l’ha costruita Marino Velušček, bravo costruttore di Nova Gorica. Quando dico controllare intendo dire fondermi con lo strumento per disegnare un suono che esprima la mia anima appieno anche se, sinceramente, è ancora troppo presto per usare questo verbo: personalmente credo di essere “en sonador” ma sono ancora lontano dal significato che vorrei dare a ciò che eseguo. Dentro di me conosco il senso che vorrei dare ad un soffio ma la tecnica langue ancora, servirà tempo e studio. Ho una grande dimestichezza coi suoni, datami dal tempo che ho passato al mio vecchio strumento, ma questo non basta: mi serve tempo e volontà.

Alle volte il proprio paracadute di salvataggio lo trovi dentro ad un attrezzo che suona se tu lo vuoi o che tace, in silenzio. Il momento che dedico alla mia ancora salvifica mi fa guadagnare qualche minuto di vita bella e da vivere pienamente. Mi piacerebbe condividere la mia sensazione e farla diventare il traino del mio mondo ma non è possibile, neppure pensarlo è possibile, però rimane un gioiello da condividere con tutti; è una di quelle cose che se tu la dai a qualcuno tu rimani con quello che avevi e non ti sentirai privato di niente.

Ritengo che questo pensiero che è pure la base di un’altra mia passione sia lo sprone ad andare avanti.
La condivisione è un’azione bellissima e, in fondo, non ti fa perdere nulla.

Diaolin

Musica: Arvo Paert – Lamentate

settimana 31 – realtà apparente

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Discutevo con un amico stamane, lasciandomi andare come è nel mio dire spontaneo, su un pensiero che mi balena, sempre più presente, tra le pieghe del mio cervello oscurando, anzi rischiarando, il senso della mia riflessione: dato l’afflusso importante di persone estere avremo, in futuro, un sindaco pakistano, indiano o bengalese che dir si voglia. Sarà una persona che riporterà la quotidianità nelle istituzioni e trasformerà il senso di appartenenza in un concetto che credevamo fosse superato ma ciononostante presente nei pensieri reconditi della popolazione: il nostro piccolo mondo si trasformerà e diventerà uguale al resto del pianeta e questo è un male da combattere.

Ci ho pensato a lungo, anche prima della discussione con Peppe (nome inventato) e, nonostante l’atavica paura del “nuovo” e dello “sconosciuto”, el furèst, non sono d’accordo di principio. Mi sento distante da questi non-luoghi che attizzano rivalità insensate senza conoscere prima il problema che potrebbe, peraltro, rivelarsi fuoco di paglia e spegnersi come un fuoco fatuo nei meandri di una notte buia. Restano però presenti e potenti nella mente di chi, ora, vede demolito il senso del lavoro dei nostri vecchi, dimenticando che lo abbiamo (s)venduto a sconosciuti, questo senso, senza preoccuparcene.

Qualcuno di noi conosce il nome del nonno del proprio bisnonno? Io no, del bisnonno e delle bisnonne Domenico e Fortuna e da parte di nonna la Trinele, che ho conosciuto e le rammento bene ma, temo, che già ricordarne il nome sia una peripezia linguistica riportata magari a caso dal nonno. Ci sentiamo legati ad un senso del quale siamo senza padronanza, senza radici, siamo senza le parole che disegnavano un luogo, una valle, che non esiste più, neppure sulle vecchie mappe. È fatta di soli pensieri che stentiamo a raccogliere in un quadro oggettivo che spieghi il significato del vivere in un luogo nato anche per noi ma decisamente diverso dal lascito dei nostri vecchi abbandonati nei cassetti del vecchio scrittoio in pallide fotografie.

Un mondo in divenire che non riusciamo più a seguire, oberati dagli impegni che ci pone la società e travolti da quelli che ci prescriviamo noi, come cura immaginaria al dolore dell’anima, senza renderci conto che il tempo scivola e che noi ci siamo o non ci siamo, il suo fluire non ne viene neppure scalfito. Viviamo in un luogo e verremo dimenticati, a meno di non fare guerre e provocare milioni di morti, ad esempio: chi si ricorda di Appio Claudio Cieco o di Marco Vipsanio Agrippa? Quasi nessuno, però Cesare, Bonaparte, Hitler e Stalin sono nomi noti e conosciuti quasi fin nei minimi particolari. Vi siete mai chiesti perché non si ricorda chi ha fatto del bene? In questi due casi hanno creato acquedotti|
Sembra quasi un fastidio sentire i nomi dei benefattori.
Chiediamoci il motivo vero però capisco che non sia così semplice ammettere di non averci mai pensato!
D’altronde abbiamo cose che non servono a niente e che non fanno niente ma crediamo in questi, chiamiamoli santi o dei, che si appropriano del senso di povertà umana per imporre qualcosa che loro non hanno scritto ma solo suggerito ad un veggente o meglio, ad uno stregone che implora benevolentia verso un cielo vuoto.

Occorre gestire il non-senso del nostro sentire, gestire la notte che avvolge i sentimenti e il chiarore che espande l’aurora sul rosso mattino tenendo per mano il futuro di noi, lasciando che voli leggero sul cuore.

Diaolin

Musica: Arvo Paert – Lamentate