settimana 34 – certezze e perplessità, parlando di Dio

Argomento sbifido ma che voglio affrontare tranquillamente dopo un discorso filosofico sentito in un bar, durante una colazione tra due fazioni: una bella signora che sosteneva il caso (per lei Dio) dell’esistenza della specie umana e un signore, molto gentile, che parlava di impossibilità del caso per sue ragioni e quindi deve per forza esistere Dio. Non un barbone seduto su uno scranno ma una forza che ha partorito la bellezza del nostro essere umani. Ho trovato una profonda convinzione nel breve discorso che ho percepito sia dalla signora, con evidente propensione al caos in un concetto generale che mi piace molto, sia dal signore che perorava la causa in modo forte ma ragionevole dal punto di vista della dialettica. Sua moglie era dal lato del pensiero “tecnico” della ragazza, credo fosse una ricercatrice. La questione ha risvegliato nella mia mente il suono antico del pensare e dell’approfondire senza lasciare che la mia percezione di religiosità del signore prenda campo e mi facesse cadere nel solito discorso creazionista dal quale voglio tenermi distante non condividendone i tratti salienti. Ho solo ascoltato per non irrompere a gamba tesa in un discorso a due che mi è sembrato poggiato su due chiamiamole pure verità che si sono districate nel concettualizzare qualcosa che, a mio modesto parere, rimane  una grande domanda:

CHI SIAMO? o meglio PERCHÉ SIAMO?

Come avrete compreso dai miei scritti, io sono distante dall’idea che siamo nati per mano di un essere che ha liberato il suo effluvio divino nelle viscere del primo uomo o donna che sia. Io credo fermamente nell’evoluzionismo, non c’è nulla che mi faccia pensare diversamente; siamo un piccolo sputacchio in un cosmo di grandezza inenarrabile ma ci sentiamo potenzialmente gli unici (intendo il pianeta terra) ad avere sviluppato la vita. Probabilmente, se la vediamo dal punto di vista di ciò che conosciamo, abbiamo ragione e, se la vediamo da un punto di vista del potere, per fortuna non che siamo in due in questa galassia.
Già rimanere fermi su questo pianeta ci da modo di imporre i canoni di alcuni a discapito di quelli altrui: della serie “la ragione è una sola e ce l’ho io!”.

Quindi no, non credo in Dio e neppure nell’evoluzione fine a qualcosa di specifico generato a tal proposito: il caos è l’unico motore che ci spinge a migliorare e ad evolverci, altrimenti che bisogno avremmo, se tutto fosse preordinato, di essere ciò che siamo? La nostra esistenza, un piccolo seme nell’universo che ci circonda e ci comprime, è una scintilla che si spegne in breve tempo e lascia, volendo, una traccia tangibile da chi ci succederà immediatamente per poi morire nei meandri del dimenticatoio: una grande madia nella quale riponiamo, dimenticandolo, tutto ciò a cui pensiamo di essere legati. Credo che noi nasciamo per volontà di due individui che potrebbero, alla lunga, odiarci o amarci alla follia, sentirci parte o problema della loro vita ma la questione è molto più complessa e, paradossalmente, semplice: noi cosa amiamo di noi stessi? La nostra vita vale la pena di essere vissuta aldilà di un dio assente o presente che dir si voglia?

In poche parole: noi ci sentiamo consci della nostra fragilità nei confronti della morte?

Personalmente non considero la morte come parte della vita ma come fine della vita stessa. Io non credo che esista qualcosa oltre il tunnel del vivere, io penso che la vita sia bella così com’è anche se, a volte, credo varrebbe la pena interromperla prima.

Lo ripeto: non credo in un qualsiasi dio per mia natura, non posso e non voglio sentirmi annichilito di fronte alla miserevole conoscenza di un oggetto o idolo senza averne la percezione fisica. Io non contesto chi crede ma contesto chi vorrebbe impormi il suo credo senza portare conoscenze aggiuntive alle mie convinzioni.

Ecco, vi ho parlato di Dio, del mio dio, che non esiste in nessun luogo forse, anzi sicuramente, neppure nella scintilla che mi ha dato la vita. Sono il semplice risultato dell’evoluzione e probabilmente non sarò l’ultimo della scala ma mi sentirò unico nel mondo che mi attornia. Voi direte che l’Inferno sarà il mio destino truce ma io credo che già le notti mi descrivano l’ambiente suo malsano e invece il giorno coi suoi lampi di calore mi fan stare in Paradiso.

Una coppa di Lumàte, un rosato ferragostano di due amici, per brindare alla salute del Diaolin.

E per finire un detto di Sover:

Piàngime bèn
piàngime fòrt
piangi… ‘n de ‘l cul
qoanche son mòrt!

Prosit!

Diaolin

 

 

 

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