settimana 35 – a sirene spietate

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Un album di fotografie col nome in copertina: SP71 (detta dal sottoscritto: “del repèz“); sta riempendo le pagine di cronaca dei vari giornali del Trentino, senza colpo ferire se non per i malcapitati, per loro volontà o loro malgrado, che hanno ricevuto l’ultimo addio su un guard-rail o contro un paracarro. Hanno un nome buffo i paracarri, perché servono a fermare i carri ma rompono la testa di chi ci va addosso.

Molte volte mi chiedo come facciano, in città, a subire il suono fastidioso di decine di sirene al giorno e ad abituarvisi quasi in un continuum inenarrabile al punto da diventare quasi salvifico per chi lo sente. Io non riesco ad abituarmi neppure al suono dei clacson delle automobili che sfrecciano davanti casa senza dare tregua, e i passanti ignari del pericolo di questa strada trafficata eccessivamente e a velocità che rasenta la follia si gettano come gatti ad attraversare il senso. Ho usato l’aggettivo spietate e mi è piaciuto molto anche se, pensandoci bene, lo sono profondamente, tragicamente e questo mi pone dei dubbi continui sulla strada che corre vicino a casa, praticamente appoggiata al destino, fato in cui personalmente non credo ma che viene rammentato in caso di tristi avvenimenti. Brodskij diceva: La vita è breve e triste, hai mai fatto caso a come finisce?

Sono addolorato, molto, oggi ho visto un’ennesima foto al lato della strada su un guard-rail, non c’era fino a poco tempo fa e questo, non trattandosi di una festa di matrimonio, mi ha lasciato la bocca amara, neppure il caffè da Tiziana al Piramidi di Segonzano è riuscito a togliermi quel “saór de gnào” che mi attanaglia la lingua ai denti impedendomi di esprimere il dissenso su come viene gestita la viabilità. Dico gestita ma non ritengo sia la parola giusta, preferirei usare qualche parola che risulterebbe negativa per le varie amministrazioni, d’altronde cosa potrebbero fare se non dare multe se qualcuno va veloce?
Io la penso diversamente su questo argomento: ritengo che se la strada impedisse di andare veloci le cose andrebbero molto meglio: meno incidenti, meno morti, meno ricoveri e nessuna multa ma, si sa, io sono un illuso.

Qualcuno penserà di sicuro che mi sono piantato un chiodo fisso nel cervello ma posso garantire che provo un dolore profondo pensando al fatto che vicino a casa e a ridosso della strada siano venuti ad abitare alcuni membri di una famiglia pakistana e al seguito un codazzo di bambini che, con le loro grida e i loro giochi, danno un senso al proseguimento della vita del paese. L’amministrazione, in questo caso, continua a raccontare di fare qualcosa al riguardo (sinceramente ho visto solo spegnere i semafori lampeggianti e sono state invero rinnovate le strisce pedonali) però non vedo nulla di oggettivamente serio rispetto alla velocità dei mezzi che sfrecciano sulla “pista da pirli” nella quale i “omenéti” vengono interpretati dai bambini.

Sono noioso, lo so bene, però vorrei che la questione venga vista da un punto di vista oggettivo: è vero che non possiamo essere responsabili di tutte le magagne del mondo ma è anche vero che il mondo, il nostro mondo, è piccolo e circoscritto al luogo che viviamo ed è necessario che lo trattiamo bene. Io metto i fiori e molti pensano che sia stato il Comune a finanziarli (neppure un cenno invero e neppure una goccia d’acqua ma va bene lo stesso) e rompo le scatole sempre per la velocità della strada che sta diventando un posto che mette paura anche a chi la percorre in macchina. Dicevo che dobbiamo trattarlo bene il nostro piccolo mondo e pensare che con delle telecamere fisse si possa risolvere una situazione a dir poco deteriorata credo sia insensato e superficiale. È necessario prendere per mano la situazione e caricarsi del fardello dei 30 km/h da impostare sulla provinciale SP71 del repèz, si dirà sicuramente che la legge qui, e che la legge lì impediscono di imporre una velocità così rallentata però io credo che serva buona volontà politica, cosa che non percepisco dall’attuale amministrazione e qui verrò tacciato di essere un cane sciolto. Se vogliamo la tanto decantata sicurezza dobbiamo mettere al primo posto, ripeto PRIMO POSTO, i bambini che sono il futuro. Avete fatto caso che non ho scritto il “nostro” futuro? Perché?

Perché il futuro è loro, il nostro lo abbiamo già avuto e consumato, chi bene e chi male.

Morale della favola: bisogna fare in modo che le sirene siano meno SPIETATE di quanto non lo siano oggi e per fare questo dobbiamo metterci in testa che se si vuole arrivare prima bisogna partire… prima!

Diaolin

 

P.S.: è stata la nonna di Paolo Nori, bravissimo scrittore a suggerirmi il titolo di questo articolo,  si chiamava Carmela, credo, e la voglio ringraziare a nome dei bambini di Sover

 

Musica: Arvo Paert – Lamentate

settimana 34 – certezze e perplessità, parlando di Dio

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Argomento sbifido ma che voglio affrontare tranquillamente dopo un discorso filosofico sentito in un bar, durante una colazione tra due fazioni: una bella signora che sosteneva il caso (per lei Dio) dell’esistenza della specie umana e un signore, molto gentile, che parlava di impossibilità del caso per sue ragioni e quindi deve per forza esistere Dio. Non un barbone seduto su uno scranno ma una forza che ha partorito la bellezza del nostro essere umani. Ho trovato una profonda convinzione nel breve discorso che ho percepito sia dalla signora, con evidente propensione al caos in un concetto generale che mi piace molto, sia dal signore che perorava la causa in modo forte ma ragionevole dal punto di vista della dialettica. Sua moglie era dal lato del pensiero “tecnico” della ragazza, credo fosse una ricercatrice. La questione ha risvegliato nella mia mente il suono antico del pensare e dell’approfondire senza lasciare che la mia percezione di religiosità del signore prenda campo e mi facesse cadere nel solito discorso creazionista dal quale voglio tenermi distante non condividendone i tratti salienti. Ho solo ascoltato per non irrompere a gamba tesa in un discorso a due che mi è sembrato poggiato su due chiamiamole pure verità che si sono districate nel concettualizzare qualcosa che, a mio modesto parere, rimane  una grande domanda:

CHI SIAMO? o meglio PERCHÉ SIAMO?

Come avrete compreso dai miei scritti, io sono distante dall’idea che siamo nati per mano di un essere che ha liberato il suo effluvio divino nelle viscere del primo uomo o donna che sia. Io credo fermamente nell’evoluzionismo, non c’è nulla che mi faccia pensare diversamente; siamo un piccolo sputacchio in un cosmo di grandezza inenarrabile ma ci sentiamo potenzialmente gli unici (intendo il pianeta terra) ad avere sviluppato la vita. Probabilmente, se la vediamo dal punto di vista di ciò che conosciamo, abbiamo ragione e, se la vediamo da un punto di vista del potere, per fortuna che non siamo in due in questa galassia.
Già rimanere fermi su questo pianeta ci da modo di imporre i canoni di alcuni a discapito di quelli altrui: della serie “la ragione è una sola e ce l’ho io!”.

Quindi no, non credo in Dio e neppure nell’evoluzione fine a qualcosa di specifico generato a tal proposito: il caos è l’unico motore che ci spinge a migliorare e ad evolverci, altrimenti che bisogno avremmo, se tutto fosse preordinato, di essere ciò che siamo? La nostra esistenza, un piccolo seme nell’universo che ci circonda e ci comprime, è una scintilla che si spegne in breve tempo e lascia, volendo, una traccia tangibile da chi ci succederà immediatamente per poi morire nei meandri del dimenticatoio: una grande madia nella quale riponiamo, dimenticandolo, tutto ciò a cui pensiamo di essere legati. Credo che noi nasciamo per volontà di due individui che potrebbero, alla lunga, odiarci o amarci alla follia, sentirci parte o problema della loro vita ma la questione è molto più complessa e, paradossalmente, semplice: noi cosa amiamo di noi stessi? La nostra vita vale la pena di essere vissuta aldilà di un dio assente o presente che dir si voglia?

In poche parole: noi ci sentiamo consci della nostra fragilità nei confronti della morte?

Personalmente non considero la morte come parte della vita ma come fine della vita stessa. Io non credo che esista qualcosa oltre il tunnel del vivere, io penso che la vita sia bella così com’è anche se, a volte, credo varrebbe la pena interromperla prima.

Lo ripeto: non credo in un qualsiasi dio per mia natura, non posso e non voglio sentirmi annichilito di fronte alla miserevole conoscenza di un oggetto o idolo senza averne la percezione fisica. Io non contesto chi crede ma contesto chi vorrebbe impormi il suo credo senza portare conoscenze aggiuntive alle mie convinzioni.

Ecco, vi ho parlato di Dio, del mio dio, che non esiste in nessun luogo forse, anzi sicuramente, neppure nella scintilla che mi ha dato la vita. Sono il semplice risultato dell’evoluzione e probabilmente non sarò l’ultimo della scala ma mi sentirò unico nel mondo che mi attornia. Voi direte che l’Inferno sarà il mio destino truce ma io credo che già le notti mi descrivano l’ambiente suo malsano e invece il giorno coi suoi lampi di calore mi fan stare in Paradiso.

Una coppa di Lumàte, un rosato ferragostano di due amici, per brindare alla salute del Diaolin.

E per finire un detto di Sover:

Piàngime bèn
piàngime fòrt
piangi… ‘n de ‘l cul
qoanche son mòrt!

Prosit!

Diaolin

Musica: Arvo Paert Lamentate