settimana 36 – pecore a scacchi
Ascoltando un signore che parlava di Russia mi è venuto in mente il pensiero che vorrei riportare qui in maniera semplice e con una vena di ilarità rispetto al colore delle pecore; normalmente, lo abbiamo deciso inconsciamente, dividiamo il mondo in pecore bianche e pecore nere mettendo chi ci piace su un lato della scala dei colori e chi ci disturba sull’altro senza pensare al fatto che, difficilmente, siamo vestiti allo stesso modo quindi ho deciso per un titolo che rispecchi l’aspetto reale:
pecore a scacchi
Fedro il poeta racconta una storia di un lupo nero e di un agnello bianco (i colori li metto io):
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi.
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus.
Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
e la storia continua in un turbine di cattiveria in cui il lupo troverà una scusa per mangiarsi l’agnellino.
“Pater, hercle, tuus – ille inquit – male dixit mihi!”
Atque ita correptum lacerat iniusta nece.
“Per Ercole! Tuo padre” disse il lupo “ha parlato male di me!”.
E così, afferratolo, lo fa a pezzi dandogli una morte ingiusta.
Perché voglio parlare di questo argomento?
Perché viviamo in una società confusa anzi, a dirla meglio. si tratta di una società contusa e incapace di rendersi conto del male che pervade il senso civile del singolo e abbraccia un pensiero collettivo che ci porta sempre più in basso nella scala dei disvalori. Siamo percossi dall’ambiente che ci sta intorno e ci pervade al punto di entrarne a pié pari cercando di farci posto in un luogo che non ci apparterrà mai ma che vogliamo abitare a discapito di chi ci vive accanto.
Sentirsi cittadino del mondo è diventato, ormai, un vezzo che ci scosta dal percepire il dramma di chi questo mondo lo deve subire suo malgrado senza potersi opporre o senza che gliene importi più di tanto. La differenza sta nell’approccio a questo turbine che ci ingloba e tende a fagocitare in un boccone qualsiasi tentativo di rivalsa a meno di non essere disposti a subirne la messa alla berlina o subire il disprezzo della gente che ci sta intorno.
Non esiste una cura per questo andazzo a mio modesto parere, d’altronde non lo si può neppure chiamare malattia, a meno di non considerare chi si mette in gioco un malato di mente o addirittura un pazzo da relegare in una casa di cura o da evitare come la peste. Fondamentalmente siamo divisivi e non ce ne accorgiamo neppure quando questo non-senso di umanità si esprime attraverso quelle che chiamiamo “operazioni speciali“, un nomignolo infame che significa semplicemente guerra. E non è un caso che non la si nomini più da quando è passata la II guerra mondiale perché solo nominarla ci mette paura però, pian piano, ci stiamo riabituando e andremo a combattere con idee di libertà che, di fatto, non ci appartengono ma ci vengono appiccicate addosso come mosche sulla carta moschicida, quell’orrore attaccaticcio e lugubre che pendeva dal soffitto a casa della nonna. Non ce ne rendiamo conto ma siamo succubi di un sistema che ci vuole, e ci riesce bene, imbrigliati in un concetto che, a spiegarlo in parole povere, sembra impossibile che funzioni eppure il segreto è semplice: convincere la gente che tutto va bene.
Semplicemente paradossale!
Siamo schiavi delle parole che non conosciamo come l’agnello di Fedro però anche il lupo, nero come la pece, vi si rifugia per dare un senso ad un atto che, a chi guarda, sembra naturale e, di fatto, lo è.
Siamo arrivati al punto che, rivisitando Tucidide, vince sempre la forza indipendentemente da come venga espressa: la ragione è tutta lì in un momento di straniamento che permette a chi usa il potere di avvalersene anche senza avere il minimo criterio. Dobbiamo imparare a dare un nome alle cose altrimenti le cose prenderanno un nome sbagliato facendo sembrare il lupo un agnello ed il contrario senza renderci conto che il lupo non ha poi tutta questa scelta essendo carnivoro ma noi, esseri senzienti che dir si voglia abbiamo ancora un barlume di scelta nelle nostre azioni e capire che vivere da lupi prima o poi ci farà sbranare dalla nostra stessa gente: dei lupi, come noi.
Quindi non sarà nascondendoci dietro alla sensazione che esistano i buoni ed i cattivi a renderci migliori ma cercando di ovviare al fatto che, dentro ognuno di noi, c’è una pecora a scacchi bianchi e neri che salta fuori quando meno te lo aspetti.
Non esistono pecore solo bianche e neppure lupi solo neri, non negli esseri umani, se possiamo ancora chiamarli così!
Diaolin
Musica: Arvo Paert – Lamentate

