settimana 40 – due parole sulla delicatezza della felicità
Ha dovuto convincermi un amico (Martino) sul fatto che affrontare il tema in questo luogo sarebbe stato un momento catartico di liberazione di un pensiero che pervade, pur non percependolo immediatamente, ogni istante della mia esistenza, delicato o feroce che sia. Spero che il mio dire trovi la sua approvazione anche attraverso la sua visione che ritengo distante dalla mia ma mai contraria, semplicemente differente.
Accarezzare un fiore di tarassaco dopo il momento di fioritura e maturazione che, diventato una sfera piumosa di natura che scoppia sotto il soffio delicato di un bimbo, mi fa tornare a mente il mio futuro bambino, desiderato e spero raggiunto a breve in un tempo che faccia sì che l’orologio, in un ritmo che incalza ogni secondo per trasformarsi nel piccolo e terribile strumento per raccontarmi il senso della vita lasciandola scorrere fluida anche contro la mia volontà. Ecco, quella sfera piena di acheni che daranno vita ad un nuovo campo giallo pieno di profumi e dipinto di sole che esplode e si frantuma nel senso ultimo della nostra lunga, ed allo stesso tempo fugace, vita. Semplicemente e inesorabilmente un destino scritto appena un minuto dopo essersi compiuto e avere disegnato un prato di soffioni per un gioco di bambini. Questa delicatezza è il mio sinonimo di felicità: rimanere con occhi pieni di stupore a guardare come un colpo di vento distruggerà, ma per poco, questo piumino candido.
Una partita alle carte con gli amici, un bicchiere di vino insieme e il regalo di un sorriso lasciato che sgorghi dal viso burbero di un vecchio che comprende che il gioco fa bene anche a chi non lo pratica: non c’è niente di strano nel guardare una partita di calcio ma non c’è niente di meglio che giocarla come i bambini, lasciandosi andare, dribblando l’amico che presto farà goal e fermandosi insieme, stanchi dopo la sudata, per mangiarsi un panino sopra un prato scavato da scarpe sgualcite e frenate coi denti nel fango. Non importa chi vince e non importa neppure chi perde, resta solo il sentore di un giorno di pioggia che non ferma chi gioca e questo per poter vivere ancora in un mondo a misura di bimbo. E la partita a Tressette con due coppie e un uomo alla lavagnetta dei punti dipinge un momento che pare svanire nel colore di un quadro fatto apposta per far rinascere vivo il gioco in una taverna, tra carte e bicchieri di vino, taverna purtroppo scomparsa ma non proprio del tutto, resta un rito così antico da essere affrescato nelle storie dei pittori o nei racconti dei poeti che risvegliano il sentimento dello svago più semplice nei ricordi di chi, questi pensieri, non li ha.
Io mi immagino il tempo che rinasce e prospera per il minuto irripetibile che si perde nei ricordi delle storie di domani fatte solo di futuro che rinasce dalle ceneri del vivere perduto, paradossalmente mai dimenticato, successo nell’accadere di un domani sconosciuto, forse cercato e poi omesso in un oblio inesplorato.
Chiedo al tempo di fermare il divenire pur vivendone il senso nel suono di uno strumento, nelle parole di un racconto e nel tratto prosodico di una poesia letta a voce alta da un autore sconosciuto. Chiedo al tempo di fermarsi senza rallentare e di guarire la mia storia dall’incontro con il senso che mi lascia ancora qui a cantare del mio mondo delicato e un po’ felice.
Chiedo un senno al mio domani sempre accanto ai miei amori.
Diaolin
Musica: Arvo Paert – Lamentate

