settimana 41 – i nomi della guerra
È un tema ricorrente che mi fa soccombere al pensiero del non rivelato e riporta la condizione di essere umano a un concetto di sopravvivenza che oggi chiamerei “bisogno primordiale” lasciando pure che i benpensanti(?) lo ritengano inevitabile o, per dirlo meglio, ineluttabile ma, io, non concordo: io non posso considerare la guerra come un qualcosa cui non si può lottare contro o addirittura cambiare; sarebbe come arrendersi al nemico sperando di sopravvivere: io voglio vivere, sopravvivere è poco, troppo poco e tendenzialmente inutile. Riconosco che la smania di essere una persona che cerca di resistere mi farà sopravvalutare la mia capacità di combattere contro un destino riservato praticamente a tutta l’umanità e che finirò per seguire lo stesso percorso degli altri pur non avendolo agognato, d’altronde come mi posso esimere dal disegno non scritto che sta alla base della natura degli uomini?
Seriamente, io vorrei vivere un mondo migliore, abitato da gente migliore (me compreso), in un mondo svuotato del metodo di arraffo che ghermisce le vite considerate inferiori in un turbine di “se non lo faccio io lo faranno altri” e gestire meglio la nostra esistenza se vogliamo che si possa chiamare tale e non “rapina a mano armata”. È un discorso apparentemente semplice e facilmente fattibile ma manca una voce del nostro vocabolario che la dice lunga su chi siamo e come siamo: avidità, o ci scostiamo da questo concetto o tutte le mie parole finiranno in un non detto ormai condiviso da troppi: aria per gengive!
Non pensiamo mai al fatto di essere così infimi e di costringere qualcun altro, suo malgrado, a rinunciare a qualcosa per qualcuno che non conoscerà mai, se non dal punto di vista della mancanza delle sue risorse primarie.
Stiamo togliendo al pianeta più di quanto ci serva e nel contempo lo neghiamo a chi non ce l’ha, il risultato sarà guerra contro chi vorrà diventare come noi e potenzialmente riuscirà nel suo intento e quindi cambierà solo il soggetto oppresso, invertiremo il gioco. Una partita a dadi col morto: una volta per ciascuno ucciderà tutti, prima o poi.
Non parlo di smettere di vivere ma di smettere di vivere sull’orlo di una guerra che, a parole, nessuno vuole ma nei fatti mandiamo a morire la povera gente sotto le bombe di altrettanto povera gente per sostenere chi ci ha mandati a combattere e morire per renderci liberi.
Rendiamoci conto di un fatto semplice: finché cambieremo il nome della guerra non succederà nulla di nuovo e chi comanda continuerà a farlo anche per la volontà dei quattro gatti che sperano di arrivare al suo posto ed esautorarlo per creare un mondo migliore; senza riuscire a fare niente. Bisogna smettere con l’ignavia, l’indifferenza e l’avidità che ci ha portati in 70 anni a diventare praticamente uguali a chi abbiamo combattuto in una guerra sanguinosa e genocida; quella era l’ultima guerra, pare, ora si fanno solo operazioni speciali ma chi muore è sempre chi, quella “cosa”, non la voleva. Ho scritto genocida e anche qui dovremo cambiare il nome del massacro incondizionato di popoli inermi, negri, palestinesi, asiatici o gente che non ha voce nel capitolo della sopravvivenza perché, semplice e micidiale, non esiste.
Io continuo a rammentare e a rivivere dentro al mio cuore lo strazio di chi non comprende perché gli arrivi un drone a eliminarlo o una pallottola a trapassargli il cranio con un mea culpa di chi avrebbe potuto smettere prima di cominciare il massacro per poi discutere sul nome della guerra e su quello della morte. Qualcuno sostiene che in fondo è stato giusto, facile dirlo se sei sopravvissuto e impossibile farlo se ti hanno ammazzato.
La morte non è un trapasso, la pallottola che ti perfora il cranio invece sì!
Quando decideremo di chiamarla trepanazione tanto per farla sembrare un atto terapeutico?
Propongo, rattristato e in chiusura, quel cambio di nome che tanto piacerà ai chirurghi della morte.
Confido nel buon senso di quelli che scriveranno le nuove edizioni del dizionario e non confonderanno le parole facendole sembrare qualcosa che non è. Lo so benissimo che un dizionario non crea una lingua ma ne assorbe i tratti salienti quando diventano un disegno verbale condiviso ma quando si parlerà di guerra io spero che la sola parola metterà in crisi chiunque si trovi a pronunciarla anche se avrà cambiato nome.
Diaolin
P.S.: volevo chiamare l’articolo “Momenti de mona” ma rivelavo troppo del mio attuale stato mentale
Musica: Arvo Paert – Lamentate

