settimana 44 – sul Cammino delle terre sospese e sulla felicità
Non avrei voluto scrivere qui di questo progetto condiviso e condivisibile ma, gioco-forza, ne sono invischiato corpo e sangue, in maniera positiva, e ne voglio parlare a voce limpida, almeno per quello che mi riguarda.
Il progetto di Destinazione Val di Cembra sta giungendo al suo secondo genetliaco e vorrei parlare del mio approccio a questo fantastico pensiero, sboccato in un sentiero tra i paesi della valle che di nome fa:
Cammino delle terre sospese
è un compendio naturale di sensazioni e un riassunto di un territorio bello, aspro e a tratti selvaggio, il tutto concentrato in 92 chilometri di percorso a piedi: su asfalto e su strada sterrata, su sentieri a tratti ripidi e boschi alpini che sfociano attraverso il torrente Avisio in un paesaggio di macchia mediterranea inaspettato a chi non approfondisce lo sguardo dentro una foglia di noce o un ramo di ginestra per finire i un territorio atipico di foggia semi industriale con le sue cave di porfido e chine di scarto. È la bellezza, qui, a farla da padrona: si addentra nei casolari abbandonati deturpandone l’aspetto coi suoi virgulti di edera per impossessarsi nuovamente dei luoghi sottratti alla natura vivace; non mancano i ponti sul rivo, le forre e i vigneti rubati alla ripa da mani nodose che, nel tempo, hanno tracciato i muretti per un migliaio di chilometri, circa, anche se oggi le tracce si vedono solo sotto la neve d’autunno e d’estate, nel momento che potrebbero rinascere, scompaiono tra faggi e abetaie, castagni ed acacie. Resta comunque la poesia di un tracciato che racconta una valle nel suo peregrinare nel tempo lasciando che le impronte dell’uomo non svaniscano subito ma disegnino un formicaio di strade e pertugi che ci parlano di ciò che siamo stati e siamo diventati fornendoci un presente che si esaurisce nell’attimo di un’occhiata fugace. È importante lo sguardo sui dettagli se si vuole riconoscersi in uno qualsiasi dei posti della valle di Cembra: ad esempio i “Òmeni de Segonzan”, la piramidi di terra, che ci raccontano, pur essendo fuori percorso, la storia di una valle scavata dall’erosione di un ghiacciaio e di un torrente impetuoso. Sono degli agglomerati di terra battuta mista a sassi con, al di sopra, un masso enorme che osserva in silenzio la valle. Vi lascio un piccolo spunto dalla mia omonima poesia:
e da lassù tasèndo
i avèrge ‘l òcio, ‘n gió
qoande da le congiàl
vèn för sorisi e amori
e lì, dall’alto, in silenzio
si ridestano e aprono gli occhi
quando tra le bigonce
nascono sorrisi e amori
sono, per me, i guardiani della valle ma, se volete leggerla tutta andate al link “i Òmeni de segonzan”
Proseguendo nella personale visione di questo Cammino vi parlerò di luoghi che dovrete cercare deviando dallo stesso, magari per poco ma ugualmente suggestivi e potenti dal mio punto di vista del messaggio visivo percepito:
Le lóre a i casteléri
le trovate tra Lona e Lases (c’è il segnale), appena fuori dal tragitto del nostro Cammino, si tratta di cavità rocciose con temperature costantemente fredde che si trovano a 2000 metri ed oltre e non a questa quota, pare siano connesse attraverso le fenditure di roccia che affondano le radici cave nel profondo del Lagorai selvaggio e raccontano, attraverso erbe di alta montagna e di stelle alpine, un luogo perennemente ghiacciato e isolato in una piccola cavità che risulta una sorpresa anche per chi le ha già viste. E aggiungo le cave di ghiaccio che, allo stesso modo delle “lóre” sembrano dei piccoli fantasmi sul sentiero.
Le “lóre” sono chiamate così in dialetto desumendo il nome da un attrezzo contadino che serviva a travasare le botti: sono delle piccole tinozze con un buco sul fondo, praticamente degli imbuti. In dialetto “el lorèl” è l’imbuto piccolo e “la lóra” è la pévera o imbottavino, nome storico derivante dal latino pletria.
Proseguendo nel tragitto a zig-zag tra i boschi, a pochi passi dal Cammino, si incontra maestosa e quasi arrogante la Cascata del lupo che esce da un anfratto tra le rocce e, se siamo fortunati di arrivarci al levar del sole, solcato da un raggio che sembra tagli la roccia in due per farne scaturire questa sorgete continua e a momenti impetuosa del “rio Regnana” che pare essere uno dei creatori dei Òmeni de Segonzan; si trova infatti sotto lo “scavo” delle piramidi di terra.
Spostando lo sguardo e allungando il passo in direzione Sover ci troviamo avvolti in un bosco tipico del Lagorai con i suoi larici maestosi e i monti che si innalzano un po’ più verso il cielo e ci proiettano verso un altro luogo che si trova fuori dal nostro Cammino ma che ci permette di allungare di un giorno la visita ad una malga della valle situata nel Comune di Sover: Malga Vernera, l’unica malga attiva della valle di Cembra arroccata su un pianoro che fa da promontorio sulla valle in una specie di sguardo che si perde fino al Brenta e, a destra, al ghiacciaio del Similaun e l’Austria. I pascoli arrivano fino a quota 2100 metri s.l.m., nel regno delle aquile che, fortunatamente, popolano con due nidiate tutto il gruppo del Lagorai. Ne fanno le spese alcuni piccoli di capriolo, mufloni (ora scomparsi) e qualche piccolo di cervo, però è questo il senso della loro esistenza; non dobbiamo pensare incautamente che la natura ci abbia regalato gli animali: c’erano prima e ci sopravvivranno. I boschi, sul fondovalle, pieni di castagni col rivo che solca la valle da millenni e racconta col suo gorgoglio il rumore portato dal tempo fino al giorno del passo che lambisce le rive scoscese ed a tratti a strapiombo. Poi le viti e i muretti a parlarci di uomini duri che hanno modellato la valle a pianori come in molte parti del mondo. Forse che le risaie a terrazza di Longsheng, la Spina Dorsale del Drago, in Cina sembrino così diverse dai muretti della valle o dai muri di sostegno di Machu Picchu?
No, noi non siamo gli unici ma siamo, invero, unici!
Noi siamo i figli di un mondo che, paradossalmente, dovrebbe meritarci invece siamo noi che non ci meritiamo questo mondo e le sue bellezze. Non riusciamo a fare altro che appropriarci di quello che pensiamo sia nostro di diritto, invece è nostro perché ce l’hanno prestato i nostri figli e, a loro, lo hanno prestato i loro nipoti. Il Cammino è un piccolo percorso che disegna nelle sue tortuosità: bellezze, pericoli, strapiombi e pianori inerbiti e ci fa comprendere che il mondo è grande e ci può contenere tutti (per ora), ma dobbiamo aiutarlo a essere ciò che desideriamo e ciò che desiderano i nostri figli.
Dobbiamo guardare il mondo con l’occhio di un bambino e fare in modo che lo sguardo non invecchi mai: neppure in val di Cembra.
Restiamo con i piedi per terra, sulla terra che i nostri vecchi hanno regalato ai nostri figli e che noi, nel poco futuro che ci resta e se non lo useremo male, lasceremo ai figli dei nostri figli.
Questo è l’unico modo di lasciare che la nostra vita sia veramente servita a qualcosa, non serve un pugno di terra per coprire una bara ma serve un pugno di terra sul quale far nascere un fiore che diventerà un albero…
Diaolin
Musica: Arvo Paert – Lamentate

