settimana 50 – un’amicizia vera
È un argomento semplice ma. in egual modo, complicato dalla testa di ognuno, ad esempio dalla mia.
Vi sembrerà strano che scriva di una cosa così interiore, come ritengo un’amicizia, in un posto pubblico esposto a commenti che, sinceramente, non potrei controllare a meno di cancellarli o bloccarli ma il punto è proprio questo: io voglio rendere pubblico il mio sentore su un’amicizia che considero importante al punto che potrei perderla a causa delle mie parole o potrei perdere il rapporto di lavoro instauratosi da oltre 25 anni con la sua azienda.
Pazienza, c’è un limite invalicabile nelle percezioni di ognuno di noi, il mio è basso.
Personalmente cerco sempre di non mischiare il mio lavoro con le mie condizioni di salute per il semplice fatto che, facendolo, aggiungerei un non so che di enfasi al mio lavoro tradendo in questo modo la fiducia che mi assegna chi si trova a lavorare con me. Quindi o lavoro o altro (altrove).
Questa faccenda avrei potuto utilizzarla a mio favore sia con l’ictus che mi ha lasciato uno strascico che ho potuto risolvere solo e unicamente attraverso la rappresentazione di una gallina in “Òbito par na pìta!”, ma la mano non ne vuole sapere comunque, e con i tre tumori maligni alla tiroide risolti, spero bene, tramite l’asportazione della stessa e dei linfonodi di turno (grazie allo staff di Neurologia, che ho trovato di un’umanità commovente, e quello di Chirurgia di Rovereto).
Avrei fatto pesare queste mie vicissitudini su dei clienti, amici o conoscenti, considerandoli alla stregua di confessori che si prendano in carico i miei problemi? Perché? Per rovinare un rapporto fatto di lavoro e di amicizia allo stesso tempo?
No, non ho voluto mettere sullo stesso piano il Diaolin persona e il Diaolin sistemista perché non sono sullo stesso piano pur rimanendo la stessa persona. Una persona difficile, lo ammetto.
Sembra semplice dirlo ma per farlo ho dovuto prima di tutto comprendere chi sono e poi comunicare il mio stato di salute, qualora fosse necessario, in sedi diverse dal lavoro. Non ritengo corretto far sentire il peso di un problema a chi quel problema non lo vive direttamente e potenzialmente non gli interessa.
Semplicemente voglio tenere l’amicizia fuori dal rapporto di lavoro e il lavoro fuori dall’amicizia: lo ritengo necessario per avere un rapporto onesto con chi mi sta accanto e con il sottoscritto.
Comprendo che, nei momenti di sconforto, le parole vengano proferite senza analisi e con il pensiero che saranno capite, prima o poi, dal confidente ma, questo, per me diventa uno scoglio insormontabile che con un “ma va là” proferito scherzosamente non riesco a superare.
Sono fondamentalmente un musicista, un poeta, uno scrittore e un attore da baraccone che non sa trovare le vie di mezzo nella lingua; questo accade per mia decisa volontà: il linguaggio ha i suoi sotterfugi ma, con gli amici, non si devono usare e neppure trattare gli stessi allo stesso livello dei fornitori, anche se sono la stessa persona.
Si tratta di rispetto, sia dell’amico che del fornitore e soprattutto di se stessi.
È un modo barbaro quello di raccontarti dopo, che si è trattato di una considerazione per un amico, anche se amico resterò, ma la pressione che mi sono sentito addosso per risolvere un problema tecnico buttandomi sul collo un problema fisico del cliente mi ha fatto pensare che resterò amico ma lui non sarà più, probabilmente, un mio cliente.
Non voglio eliminare un’amicizia ma togliere una dipendenza imbruttita da una comunicazione errata che stento a mandare giù come una pastiglia per la tosse.
Forse il tempo mi farà desistere ma in questo momento sono convinto sia la cosa migliore.
Troverò il modo di sedermi ad un tavolo per fare con lui una chiacchierata sincera ma la rottura mi sembra quasi inevitabile.
L’amico resta amico ma non confonderlo con chi ti fornisce lavoro.
Diaolin
